grazie e buona lettura,
Stefano
- Mongolia???
- Mongolia.
Così risponde Angeli quando le chiedo dove sia nata e dove vive la sua famiglia.
- Si, però Inner Mongolia
- Ah, beh, allora…
Mi spiega che la Inner Mongolia, o Mongolia Esterna, è una regione ~ assai estesa ~ che culturalmente e linguisticamente appartiene alla Mongolia, ma politicamente alla Cina. La Mongolia… una terra mitica, nelle mie fantasie da viaggiatore. Spazi sconfinati, Gengis Khan ed il suo impero, cielo azzurro e terso, praterie verdi smeraldo su cui galoppano cavalli selvaggi… e poi mi vengono in mente i CSI, il Consorzio Suonatori Indipendenti che alla fine degli anni ’90 decise di andarsene proprio in Mongolia in cerca di ispirazione; e il buon ~allora, ora è completamente andato ~ Giovanni Lindo Ferretti ed il fido Zamboni se ne tornarono dopo un po’ con “Tabula Rasa Elettrificata” e un po’ di loro foto e filmati mentre galoppavano liberi e bucolici nelle steppe asiatiche.

Sono piuttosto sorpreso. Mi trovo in Giappone da poche ore, a Shin-sayama, 45 km da Tokyo, a casa di una ragazza mongola di nazionalità cinese che vive e lavora in Giappone da sei anni ~ e di cui ha preso pure la cittadinanza, sostiene ~ conosciuta in Malesia sul monte Kinabalu a quota 3.300 metri. Non ero pronto a tutto ciò; sono colto da imbarazzo e sbigottimento. Sento che devo dire qualcosa per rompere il ghiaccio.
- Ma in Mongolia ci sono tanti cavalli?
Mi guarda tra lo stupito e il divertito. Forse era meglio tacere.
- No, andiamo tutti in macchina.
Era meglio tacere.
Mi spiega anche le origini del suo nome. Quello originale è Angir, si pronuncia Engher, e si trascrive chissà come in alfabeto cirillico. Per i cinesi è però impronunciabile, e glielo traducono in Angeli, che lei pronuncia più o meno in inglese ~ fu così che mi si presentò, mesi addietro, al rifugio di Laban Rata, sempre su quel monte infido. Arrivata in Giappone, si ritrova a ricambiare nome, perché scopro che se i cinesi hanno problemi con le erre, i giapponesi li hanno con le elle, e diventa Engheru, pronunciato in questo modo e trascritto in hiragana - uno degli alfabeti giapponesi.
- E il cognome?
Non ne ha, ha solo il nome, sostiene. Mi sto convincendo sempre di più di essere atterrato su un altro pianeta.
Il mattino dopo, torniamo a Shinjuku con il treno, 45 minuti di viaggio. Lei va al lavoro, io inizio ad esplorare cautamente la città. Penso bene di iniziare ad osservarla dall’alto e capacitarmi così delle sue reali dimensioni, e perciò punto verso il municipio di Tokyo, grattacielo dall’architettura ardita progettato da Kenzo Tange, e salgo al punto panoramico al 45° piano.

Tokyo è sterminata, da una parte il mare, dall’altra le montagne, e sullo sfondo il cono sinistro e affascinante del monte Fuji. Vista dall’alto, un formicaio. E’ attraversata da autostrade e linee ferroviarie e metropolitane sopraelevate, da parte a parte. Vedo inoltre che Shinjuku non è il solo quartiere dove sono presenti grattacieli, ma altre zone della città presentano uno skyline che nulla ha da invidiare a New York.

Nel municipio trovo anche l’ufficio del turismo di Tokyo, dove spero di trovare alcune informazioni utili, prima di tutto un orario dei treni scritto in una lingua comprensibile. Alcuni dipendenti parlano inglese, ma la maggior parte dei dépliant sono per turisti giapponesi. Da un lato vendono anche alcuni strani cibi, dall’aspetto esotico. Mi incuriosisce una specie di medaglione da cui esce uno stecco di legno come fosse un gelato; i tizi dietro il bancone mi notano, confabulano tra loro, e poi un loro portavoce mi comunica in tono entusiasta: “Fish. Fish, fish, eh eh!”. Sghignazzano soddisfatti per la proficua comunicazione, io faccio capire di aver capito, e mi azzardo a provare quello strano lecca lecca al pesce. Come snack da metà mattinata, si rivela pure buono.
Torno alla stazione di Shinjuku, mi riperdo nei suoi sotterranei, e mi accorgo che oltre alle innumerevoli linee ferroviarie e metropolitane, a quell’ora anche le attività commerciali fervono. Un gruppo di segretarie in pausa pranzo fa la fila davanti ad un chiosco che vende strane palle fumanti, messe tutte carine in fila in una confezione di carta.

Il tizio che le vende non ha le capacità linguistiche di quelli di prima, io indico le palle che vorrei assaggiare, lui mi risponde qualcosa e me le dispone ordinate, poi mi indica uno strano condimento, dall’aspetto si direbbero trucioli di legno rosa. Non so cosa sia, perciò gli dico di si. Sopra le palle calde calde, i trucioli si muovono così tanto che mi viene il sospetto che si tratti di qualcosa ancora in vita, ma in realtà era l’effetto del calore. I trucioli sanno di pesce ~ scoprirò poi in tv che si tratta di un condimento molto diffuso, in pratica filetti di pesce affumicato e seccato, e poi ridotti in trucioli da una specie di pialla ~ e da dentro le palle fa capolino un tentacolo di polpo. Buoni, tutto sommato, e anche economici, 500 yen.

Dedico il primo pomeriggio alla Tokyo Tower, che è quella specie di torre Eiffel arancione che si vede sempre nei cartoni animati, è la prima cosa che viene buttata giù dai mostri alieni nemici di Goldrake o Jeeg Robot quando decidono di mettere Tokyo a ferro e fuoco, e miracolosamente riappare in piedi nella puntata seguente.

Poi a piedi verso Ginza, il quartiere ”in” di Tokyo, con tutte le boutique delle migliori griffe del mondo, tra cui l’immancabile italico duo di stilisti gay.
Visita obbligatoria al Sony Building, dove la casa giapponese espone tutte le sue novità, tra cui la fotocamera che non scatta finché tutti non sorridono e quella che ti insegue per averti sempre al centro dell’obiettivo.
La passeggiata mi serve per rendermi conto della particolare architettura di Tokyo; è una vera e propria città del futuro che si estende ormai in altezza, su più livelli; alzando lo sguardo, vedo un treno uscire da un palazzo ed entrare in quello di fronte passando su un ponte sospeso ad una quindicina di metri sopra la mia testa. La difficoltà nell’orientarsi, oltre al fatto che in tale caos non esistono gli indirizzi come li conosciamo noi, è dovuta al fatto che le attività commerciali, che noi siamo abituati a trovare al livello della strada, sono a Tokyo estese in altezza; puoi prendere un ascensore a piano terra e trovare un ristorante al quinto piano, un negozio di abbigliamento al sesto e le terme al settimo; tali attività sono indicate all’esterno da innumerevoli scritte luminose e coloratissime, ma comunque per me incomprensibili. Tutto ciò contribuisce ad aumentare la sensazione di stordimento che mi pervade fin dal mio arrivo. E qui, per farvi capire quanto lo smarrimento che si può provare in Giappone non ti abbandoni in nessuna situazione, apro e chiudo una parentesi, che riguarda le toilette giapponesi. 
La prima sorpresa l’ho avuta a casa di Angeli: accendo la luce della toilette – separata dal resto del bagno - e la tavoletta si alza da sola; il suono del motore elettrico mi fa escludere l’ipotesi soprannaturale, e lo strano monitor con lucette e pulsanti che vedo alla parete mi dà la conferma che in effetti la tavoletta del water giapponese è un elettrodomestico computerizzato a tutti gli effetti. La seconda sorpresa ce l’ho sedendomi sopra: un piacevole tepore mi scalda le terga. La terza ce l’ho quando cerco inutilmente uno sciacquone, o al limite una catena, così come sono abituato a trovarne dalle mie parti; non ne trovo. Inizio così a premere a casaccio sulla pulsantiera, finché ad un certo punto l’acqua inizia a scrosciare.Per finire, trovare il tasto che riabbassa la tavoletta ~ le prime volte lo spingo manualmente rischiando di sfasciare il motore elettrico, dopo qualche giorno capisco che si abbassa premendo un altro pulsante. Altre sorprese seguiranno: ad esempio, altri pulsanti azionano piacevoli getti d’acqua, diretti lì dove non batte il sole (levante, in questo caso). E nei megastore di elettronica, insieme a computer ed aspirapolveri, ci sono le tavolette della toilette. Addirittura della Toshiba. Chiusa parentesi, ma in ogni caso vi assicuro che la prima esperienza con il bagno giapponese non si dimenticherà facilmente.
Così confuso, decido che per cena voglio andare sul sicuro, e punto sul sushi bar della sera prima, dove riesco a saziarmi spendendo pochi yen e soprattutto senza dire nemmeno una parola, che comunque non capirebbero. Per oggi me la sono cavata da solo, ma domani è sabato, e Angeli mi farà da guida per la città. Torno a casa con la Seibu-Shinjuku line, non senza aver prima sbagliato treno ~ prendo un locale, impiego un’ora e mezza, fermandomi in tutte le stazioni ~ e poi l’uscita della stazione al mio arrivo; vago per un po’ per Shin-Sayama ormai immersa nelle tenebre, penso che sia inutile chiedere informazioni a qualcuno perché non saprei in che lingua farlo,
e comunque non avendo indirizzi né riferimenti non saprei nemmeno cosa chiedere; ma alla fine, tra le tante palazzine tutte uguali lungo la ferrovia, riconosco quella che mi ospita. Angeli lavora a Tokyo fino a tardi e sono solo nella sua gelida abitazione, ma poco dopo il mio arrivo a casa suona il citofono, e sulla porta appare un buffo personaggio, suo collega, la cui presenza mi accompagnerà fino al termine della vacanza: l’imperscrutabile Hideto.
Sempre meglio. Complimenti per lo stupore "vero". Certo una tavoletta la potevi comprare.
RispondiEliminacostava più della machina fotografica! :)
RispondiEliminaNon condivido l'idea che Giovanni Lindo Ferretti sia completamente cambiato. Per me anzi è esattamente lo stesso, le basi, la mistica delle sue parole sono le stesse... basta saper guardare attraverso, e non fermarsi alla superficie.
RispondiEliminaHo ascoltato molte interviste, letto parecchio su di lui.
L'idea che mi sono fatta è che che è sempre stato un mistico, con tutto ciò che questo aggettivo può comportare, ed in tutte le sue fasi è stato e viene tuttora frainteso.
Potrei citarti parecchie frasi di quel periodo che preannunciavano ciò che dice e vive adesso... Insomma rimango sua fan ;)
Posso essere d'accordo con te sul fatto del suo misticismo, presente allora e anche adesso, non lo capisco quando afferma (in tv da giuliano ferrara!)di essere anticomunista (e vabbé) e di votare per la destra. Per questa destra! Cos'hanno di mistico Berlusconi ed il berlusconismo? Solo perché per opportunismo politico si sono schierati contro la fecondazione assistita? Mi pare un po' poco. Poi se Ferretti vuole starsene sull'appennino tosco emiliano a cavalcare a pelo perché pure la sella è già troppa violenza alla natura del cavallo, passi pure, contento lui. Ma la sua lettera su un argomento delicato come la fecondazione assistita l'ho trovata saccente ed arrogante.
RispondiElimina(per chi la volesse rileggere: http://indiessolvenza.blogspot.com/2005/06/giovanni-lindo-ferrara.html )