
Una scena divertente è quella in cui la portinaia Renée, invitata a cena dal nuovo inquilino giapponese,che si è arredato la casa allo stile orientale, si avventura nella toilette provando la difficoltà e la meraviglia che vi ho illustrato nella puntata precedente. A cena, inoltre, i protagonisti non mangiano sushi ~ tanto per smentire ‘sto luogo comune che i giapponesi mangiano solo pesce crudo ~ ma lui le cucina un ramen, la zuppa con i vermicelli che tradizione vuole che si mangi in modo molto rumoroso ~ di fatti, è l’unico suono che ci si poteva permettere nel fast food da single descritto qualche puntata fa. Per concludere il discorso sulla toilette giapponese, è molto carino il modo in cui i giapponesi lasciano la carta igienica pronta per il prossimo utilizzatore, ma il come non ve lo dico; andate in Giappone se vi volete togliere la curiosità, oppure a casa mia, visto che ho preso anch’io tale abitudine.
Nel frattempo, dalla Mongolia ricevo e volentieri vi pubblico questa bella foto, che contribuisce ad alimentare il mio immaginario su quella terra tanto esotica. Certo che in una landa sterminata così, una galoppata a cavallo ci sta tutta; ma a scanso di equivoci, ricevo anche quest altra testimonianza che conferma che in Mongolia si va in automobile ~ anzi, in gippone.
Avendo fatto una colazione frugale ~ scopro poi che è la normalità per Angeli, chissà se solo per lei ~ optiamo per un pranzo di mezzogiorno;
il ristorante è al primo piano - anzi, al secondo, in Giappone il primo piano è il pianterreno – di un edificio che intuisco essere un museo o un luogo di mostre o congressi, ed è molto elegante; il servizio è estremamente cortese e siamo di gran lunga i più giovani in sala ~ anzi, lei di gran lunga, io un po’ meno. In realtà Ueno è proprio un posto per età più avanzate, non si vedono in giro quelle belle ragazze provocanti che affollano Shinjuku e dintorni. Il parco adiacente è pieno di famigliole o coppiette a spasso, e Angeli mi spiega che è uno dei posti più belli per ammirare la fioritura dei ciliegi in primavera. Questo della fioritura è un vero rituale, in Giappone; è attesa con trepidazione, e si fanno le previsioni sulla data di fioritura alle diverse latitudini del paese. Mi ricorda un po’ mio padre, e la sua attesa primaverile per l’arrivo delle rondini, e mi duole un po’ per questa tradizione che ho pensato bene di non farmi tramandare, ma mi ricorsolo pensando che, essendo sparite le mezze stagioni, le rondini ormai vanno e vengono quando gli pare a loro. Mi sazio con una strana omelette farcita di riso, a cui segue la visita allo Zoo di Ueno, e mi torna in mente il periodo in cui vissi a Helsinki, anni fa, e di quel sabato in cui la mia ragazza di allora, la sempre presente Anu, mi portò a visitare lo zoo di Korkeasaari. 
Gli zoo di tutto il mondo si assomigliano, i poveri animali in gabbia mi guardano fare lo scemo con sguardi di commiserazione, e un gorilla se la prende a male per un flash sparatogli negli occhi.
Ce ne andiamo, non senza aver prima acquistato un bradipo di peluche che ora fa bella mostra di sé sul mio frigorifero, ed aver adempiuto ad un’usanza diffusa, quella del timbro; ogni posto degno di visita, in Giappone, ha un suo timbro ricordo che puoi apporre dove meglio credi, come souvenir. 
Guidati dal suo fido i-phone, ci spostiamo rapidamente in metro verso lo storico quartiere di Asakusa ~ nel giapponese parlato la u non si pronuncia, perciò dicono “Asaksa”, anche negli annunci sotto il metrò. Appena usciti dalla stazione, ci si para dinanzi un tizio vestito in abiti tradizionali, chissà perché ha capito che sono un turista. E’ una guida che si offre per un giro in risciò del quartiere ,
Angeli pare entusiasta all’idea ed io decido di fare lo splendido e offro il giro (10.000 yen, mica pifferi). La guida parla bene inglese, oltre ad essere in discreta forma fisica: tira la carrozzella, dove ci sistemiamo sotto una calda copertina, con grande vigoria. Mi chiede da dove venga, e alla mia risposta rilancia affermando di avere una “italian girlfriend” (?), degli Abbruzzi, sostiene (“Ah. Anche io, fino a poco fa” – sospetto che sia una messinscena accuratamente preparata). Il quartiere, apparentemente risparmiato dalla furia dei bombardamenti americani, è carino e pittoresco; la sua maggiore attrazione è il tempio di Sensō-ji ,
affollato all’inverosimile, e che mi conferma che tutto sommato altri popoli hanno un approccio alla loro religione apparentemente più gaio e felice di quella a cui io sono abituato. La guida mi spiega inoltre che il 60% dei giapponesi è scintoista mentre un altro 60% è buddista; infatti, una religione non esclude l’altra, e ognuna di loro soddisfa un’esigenza particolare. Penso che non sarei in grado, in ogni caso, di tifare per la Roma e per un’altra squadra contemporaneamente, e mi rincuoro affidandomi al mio sano monoteismo. 
Asakusa è anche lo storico quartiere dei teatri di Tokyo, tutti i maggiori attori e registi giapponesi hanno mosso lì i primi passi; pare che gli attori, a inizio carriera, siano costretti a cimentarsi con il teatro erotico, forma d’arte molto apprezzata; rimango sorpreso, immagino sia qualcosa tipo le nostre commedie anni ’70 con Renzo Montagnani. Mi mostra la strada con le impronte delle mani di famosi attori e cineasti giapponesi, e stavolta è lui a rimanere sbalordito davanti alla mia conoscenza di Takeshi Kitano (“Zatoichi, Hana-bi), Toshiro Mifune e addirittura Akira Kurosawa (“the seven samurai”).
Anche ad Asakusa, faccio la mia porca figura.Il tipo si congeda dopo un’ora di giro, è l’imbrunire; io gli faccio dono di una cioccolata acquistata all’aeroporto alla partenza ~ avevo letto che è cosa apprezzata fare un dono ai giapponesi che si mostrano particolarmente cortesi con lo straniero ~ e lui ci consiglia un ristorante dietro l’angolo dove presentarci a suo nome ~ in Giappone la raccomandazione, o presentazione, è di vitale importanza.
E’ uno di quei posti che da solo non sarei mai stato in grado di trovare;
prendiamo l’ascensore direttamente dalla strada, e al sesto piano una donna ci riceve con un profondo inchino e ci invita a togliere la scarpe mentre siamo ancora nell’ascensore. Il ristorante è di grande atmosfera, colori tenui e bambù dappertutto; Angeli ha carta bianca per le ordinazioni, e alla fine esce fuori una discreta cena ~ sono le 6 del pomeriggio, ma il pranzo è stato già digerito da tempo. Soprattutto il tonno con l’avocado non è per niente male.
Il dolce invece è proprio strano, ci sono dentro i fagioli rossi e una strana gelatina a cubetti.Dove si va per digerire, il sabato sera a Tokyo? Sulle montagne russe, nella Tokyo Dome City, vicino allo stadio di baseball al coperto. Il parco dei divertimenti è piccolino, ma è tutto un trionfo di luci colorate,
e le montagne russe, viste da sotto, sono veramente impressionanti; addirittura passano attraverso un buco in un palazzo di fronte. Il rituale prima della partenza dell’inquietante trenino mi ricorda un po’ quello dei kamikaze prima dell’ultimo volo, visto in molti film di guerra; tutti alzano il pugno in aria urlando grida di battaglia, così almeno li percepisco. Evidentemente è un modo per esorcizzare il terrore, lo stesso che mi attanaglia le viscere appena il trenino parte, ed in pochi secondi mi porta ad un’altezza ragguardevole. Appena mi sento precipitare verso l’orrido, chiudo gli occhi, ed urlo ininterrottamente per tutta la durata del tragitto. Li riapro solo all’arrivo, scopro di aver fatto un paio di giri a testa in giù, e vedo Angeli al mio fianco tutta sghignazzante. Non credo di aver fatto colpo su di lei nemmeno in questa occasione.Evidentemente appaio molto provato, e Angeli mi suggerisce di andarsi a rilassare all’Onsen, le terme che si trovano nel palazzo di fronte. Sicuramente un luogo dove mi sentirò molto più a mio agio.

Immagino già i commenti e gli interrogativi di qualcuno di voi, su un italiano che vaga per uno stabilimento termale giapponese; senza falsa modestia, già anni prima mi resi famoso in una sauna scandinava come “il campanaccio di Helsinki”, e anche a Tokyo ho avuto modo di confermare la mia fama ed aggiornare il mio soprannome, facendo bella figura presso i nipponici ~ e voi direte: ce vole poco. Va be’, peccato, appunto, che gli ambienti fossero separati, ma tant’è.
Con Angeli, ci incontriamo ormai vestiti presso la terrazza dell’edificio. Terme e rollercoaster ci hanno nuovamente messo fame: concludiamo la serata mangiando il ramen nel posto che vi ho descritto alcune puntate fa.
Rientriamo a Shin-Sayama; il giorno dopo è domenica, ed il lunedì seguente è un festivo, ragion per cui, domani sera, si faranno le ore piccole in una discoteca di Shibuya.






















