mercoledì 24 marzo 2010

Cambiamenti Blog

Il blog StraniCamaleonti ha deciso di trasformarsi in sito, con un nuovo blog interno. Presto avrete delle belle novità!

lunedì 22 marzo 2010

Fantasmi Dal Passato O Incubi Dal Presente?



Circola da qualche settimana in rete questo scritto di Elsa Morante.


"Il capo del Governo si macchiò ripetutamente durante la sua carriera di
delitti che, al cospetto di un popolo onesto, gli avrebbero meritato la
condanna, la vergogna e la privazione di ogni autorità di governo. Perché
il popolo tollerò e addirittura applaudì questi crimini? Una parte per
insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse e
tornaconto personale. La maggioranza si rendeva naturalmente conto delle
sue attività criminali, ma preferiva dare il suo voto al forte piuttosto
che al giusto. Purtroppo il popolo italiano, se deve scegliere tra il
dovere e il tornaconto, pur conoscendo quale sarebbe il suo dovere,
sceglie sempre il tornaconto.
Così un uomo mediocre, grossolano, di eloquenza volgare ma di facile
effetto, è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei. Presso un popolo
onesto, sarebbe stato tutt'al più il leader di un partito di modesto
seguito, un personaggio un po' ridicolo per le sue maniere, i suoi
atteggiamenti, le sue manie di grandezza, offensivo per il buon senso
della gente e causa del suo stile enfatico e impudico. In Italia è diventato il
capo del governo. Ed è difficile trovare un più completo esempio italiano.
Ammiratore della forza, venale, corruttibile e corrotto, cattolico senza
credere in Dio, presuntuoso, vanitoso, fintamente bonario, buon padre di
famiglia ma con numerose amanti, si serve di coloro che disprezza, si
circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, di profittatori; mimo
abile, e tale da fare effetto su un pubblico volgare, ma, come ogni mimo, senza
un proprio carattere, si immagina sempre di essere il personaggio che vuole
rappresentare."

Il testo, del 1945, si riferisce, naturalmente, a B. Mussolini.

martedì 9 marzo 2010

Memorie dal Giappone - una domenica a Tokyo ~ prima parte

Ecco, ci siamo. Stiamo per partire. Quante volte avrò corso la Roma-Ostia? Boh, tante. Sarà ma oggi mica mi sento un granché bene. Con quest’allergia, da quando mi sono svegliato alle 6, avrò fatto un centinaio di starnuti. Mi prudono gli occhi e il naso, non respiro per niente bene, e se le gambe mi diventano di marmo come l’ultima volta, ma chi ce la fa a fare 21 chilometri? Se la finisco sotto l’ora e 40, mi sarà andata di lusso. Paolo vuole partire a 4 e 10, ma a quella velocità faccio al massimo 10 chilometri e poi schianto. Ecco, lo sparo, si parte. Imboccallupo, imboccallupo. Acci quanta gente, pochi metri e già Paolo me lo sono perso. Scusate, permesso, scusate!... Ma questi qui vanno a due all’ora e proprio tutti davanti me li devo ritrovare? Si, si, scusa, stavo per farti cadere, mica l’ho fatto apposta, devo raggiungere il mio amico. Eh, mi sa che non ce la faccio a raggiungerlo. Cavolo, ma dopo 300 metri, già una salita? Ma c’era l’anno scorso? Ci sarà stata si, la Colombo è sempre quella. Ecco, primo chilometro… acc!..., 4 e 16! Sto andando troppo forte. E già mi fa male una gamba. Che muscolo è quello?... ah, si, il tibiale anteriore… se mi fa male così già alla partenza, andiamo bene. E il pacemaker dell’ora e 35, già mi sta seminando. Mi pare vada sempre più forte. O forse rallento io. Ecco il secondo chilometro… 4 e 31! Che rallentamento… me lo sentivo. Ora comincia il calvario, andrò sempre peggio, e ‘ste gambe me le sento già di legno. C’è poco da fare, inutile stare a pensare a tutti i dolori che sento. Ce ne saranno sempre di più. Ste, prova a pensare a qualcos’altro, e forse i 19 chilometri che mancano passeranno. Magari passeranno più veloci, e i dolori spariranno. Pensa a qualcos’altro. Fai viaggiare la mente.

E’ una bella domenica di sole a Shin-Sayama. Mi sto abituando alla suoneria del cellulare di Angeli che ci sveglia al mattino, una voce femminile intona una dolce melodia in una lingua sconosciuta che rende il risveglio più piacevole. L’aria è frizzante, il cielo limpido. Mi affaccio al balcone, i binari della ferrovia Seibu-Shinjuku scintillano sotto i raggi del sole invernale. La campanella del passaggio a livello inizia a suonare, le sbarre si abbassano e dopo poco appare il treno per Tokyo. Visto che passa più o meno un treno ogni 5 minuti, dalle 5 di mattina a mezzanotte, mi chiedo quante volte le sbarre si alzano e si abbassano in un giorno. Ma sicuramente il passaggio a livello giapponese sarà sempre perfettamente funzionante, così come la campanella che annuncia il treno.

Abbiamo dinanzi una lunga giornata! Angeli ha contattato alcuni suoi amici, in serata andremo in discoteca a Shibuya, ed è inutile uscire presto di casa, meglio andare a Tokyo nel primo pomeriggio e poi farci tutta una tirata. Angeli ne approfitta per fare le pulizia di casa, mentre io mi sistemo davanti la tv, e mi vedo Bullit in dvd, con Steve Mc Queen in gran forma.

Che fatica. Meno male, il quinto chilometro. Lo chiudo in 4’ e 17”, un po’ sto riprendendo il passo. Vabbe’, facile, è in discesa. Ecco il rifornimento, ma già so cosa ci verrà subito dopo: curvone a destra, un po’ di rettilineo, curva a sinistra, e poi inizia la salita maledetta, un chilometro di fila di pura sofferenza. Ma non ci pensiamo. Torniamo in Giappone.


Prendiamo l’automobile. Angeli ha l’auto, ma non la usa mai per andare a Tokyo, solo per girare per Shin-sayama e dintorni. L’hinterland giapponese mi ricorda molto il tessuto urbano di alcuni centri abitati degli Stati Uniti, visti durante il viaggio sulla Route 66. Lunghe e ampie vie stradali su cui si affacciano grandi megastore, ristoranti e fast food, stazioni di servizio. Angeli fa spesso tardi al lavoro, se non ha voglia di fermarsi a Tokyo torna a casa con il treno, prende l’auto e va a cenare in uno di questi ristoranti. Per il nostro pranzo, ne sceglie uno che, come aspetto e per la sua posizione, potrebbe trovarsi benissimo lungo una highway americana. Un ampio parcheggio circonda una costruzione in legno, stile vecchio west. Dentro l’ambiente è ancora più kitch, tavoli e panche in stile rustico; il menù propone hamburger, e tutto sembra fatto per evocare al nipponico il mito dei telefilm americani un po’ on the road, tipo Hazzard. Scelgo un hamburger all’ananas e un succo di mango.

Uff!... che fatica. Sta salita ogni volta è un inferno. E il pacemaker non lo vedo nemmeno più, all’orizzonte. Settimo chilometro, 4 e 43. Pensavo peggio. Ma mica è finita. Certo che ‘ste gambe ormai so’ diventate de legno. Ma dov’ero arrivato? Ah, si, il pomeriggio a Tokyo.


In fondo alla highway, la monotonia del paesaggio urbano viene spezzata dal cono sinistro ed inconfondibile del monte Fuji. Dovrebbe essere lontano un centinaio di chilometri, eppure la sua sagoma scura è l’unica cosa che spezza il soleggiato panorama che ci circonda. Lasciamo l’automobile, e ci avviamo verso Tokyo in treno. Anche oggi lascio carta bianca alla mia guida, e lei mi propone di andare al Planetarium alla Sunshine City di Ikebukuro.


Ikebukuro è un altro quartiere molto frequentato dai giapponesi nei giorni di festa, a giudicare dalla folla oceanica in giro. Anche qui, luci e suoni dappertutto. La Sunshine City è un enorme centro commerciale e culturale, dominato da un grattacielo imponente; con non poche difficoltà Angeli riesce ad arrivare al Planetarium, all’ennesimo piano della Sunshine City. Da forestiero assolutamente smarrito, trovo particolarmente divertenti, i tabelloni che forniscono la planimetria del luogo per aiutare nell’orientamento, dove l’unica parola in inglese è “information”, e tutto il resto è per me incomprensibile. Angeli appare particolarmente entusiasta; quello offerto dal planetarium è uno dei suoi spettacoli preferiti, non ne vede uno da un po’ di tempo e ribadisce il suo entusiasmo con un paio di “I’m so excited!!!”. E in effetti lo spettacolo è di sicuro impatto emotivo, nonostante le poltrone reclinabili siano molto comode riesco pure a non addormentarmi e a rimanere meravigliato con il naso all’insù per tutta la durata dello spettacolo, affascinato dalla visione di aurore boreali e costellazioni, accompagnata dalla calda voce di una cantante locale di grande successo.

Così come i molti giapponesi presenti, usciamo soddisfatti dallo spettacolo, e da lì Angeli mi conduce prima in un negozio di manga e anime , e quindi in una sala giochi.

La salita è finita, ma ora c’è il falso piano che dura un altro chilometro…. e ancora non siamo nemmeno a metà gara… e me la sto facendo tutta da solo, il pacemaker ormai sarà arrivato a Ostia… ma chi è che mi si affianca?... hey, Andrea, hai un bel passo, come va? Se mi tiri, proviamo insieme a raggiungere il pacemaker, che ne dici?


Il negozio di manga si sviluppa su 3 piani, ed è soprattutto quello dei gadget il più interessante. Ne esistono di tutti i tipi, e di molti mi sfugge anche lo scopo, che probabilmente è solo decorativo. Molto belli sono anche i costumi degli eroi dei manga, che deduco essere – dalle taglie – destinati a bambini dai 5 ai 60 anni, come minimo. Sono tentato di prenderne uno da Sailor Moon o da Goku, e andarci in giro per l’Alberone, così, tanto per vedere l’effetto che fa. Accantono la malsana idea, e ripiego su un paio di Gundam da regalare ai miei nipoti. Particolare è il reparto dedicato ai fumetti ~ ne visiterò molti altri, di manga shop ~ dove molti lettori sfogliano avidamente e in totale immersione i tanti fumetti che il luogo offre. Nessuno comunica con l’esterno, tutti sembrano completamente rapiti dalla storia che stanno leggendo ~ si leggono al contrario, peraltro, rispetto alle nostre abitudini di lettura: è come se cominciassero dall’ultima pagina.
Le sale giochi sono un concentrato di tutto ciò che offre Tokyo, talmente elevata è la sarabanda di suoni luci e colori da rischiare di uscirne fuori completamente ebbri. Non sono mai stato un appassionato di videogiochi e mi chiedo se quelli che vedo qui siano degli inediti per il nostro paese oppure no. Di sicuro da noi non ricordo posti con un simile frastuono. Angeli mi ha portato qui per farmi conoscere una particolarità giapponese: la purikura (l’accento va sulla “i”). Cos’è, chiederete. In breve: è una cabina per fare foto automatiche ~ e fin qui niente di nuovo, le abbiamo pure in Italia. Però l’approccio è sicuramente ludico – e infatti stanno nelle sale giochi: nelle purikura si sta in piedi, per potersi permettere le pose più spiritose ed ardite; e le foto si fanno in genere in due persone, come minimo, ma prima di noi entrano nella cabina anche gruppetti più nutriti, 5 o 6 giapponesi tutti insieme. Una volta terminati gli scatti – almeno 6 – si esce, e le foto appaiono su un monitor interattivo; si scelgono le migliori, quindi una speciale penna elettronica ci permette di aggiungere alle immagini una serie di effetti speciali: scritte, colori, stelline, cuoricini. Una volta terminata la decorazione, la macchina stampa le foto, di piccole dimensioni ed adesive, atte ad essere incollate su cellulari, quaderni, diari, ecc. Il risultato è sorprendente:la macchina ti fa apparire il più bello possibile: sia io che Angeli sembriamo usciti fuori da un manga, i nostri volti luminosi, lei con i lunghi capelli lisci e gli occhi minuti da orientale ~ tipo Candy Candy che arrossiva quando incontrava Terence ~ ed io con due occhioni da cerbiatto che capisco essere fonte di invidia per molti, qui in Giappone ~ almeno a giudicare dalle foto delle modelle esposte all’esterno della macchina. Anche Angeli rimane colpita dai miei occhi, “you look like animation”, commenta.
Credo di inizio a capire un po’ questi giapponesi, che nei loro svaghi del finesettimana mi appaiono tutti come dei gran bambinoni. Appassionati di immagini, luci, colori, suoni, affidano al sogno tecnologico la possibilità di veicolare le loro emozioni e di realizzare la loro felicità. Sotto forma di una foto adesiva tutta colorata da appiccicare al telefonino. Che in effetti, un po’ più felice mi ha reso.

Uff!, ma quanto corre Andrea… l’ultimo km lo abbiamo fatto a 4’ e 10”, continuo così e scoppio. Ma ormai gliel’ho detto, di tirarmi, devo resistere almeno un altro po’. Calasse il vento, almeno. Invece qui si va di bolina. Ormai ho il ginocchio in fiamme, e comincia a farmi male pure la schiena. Ma non ero più felice a Tokyo, a disegnarmi i cuoricini sulla purikura insieme ad Angeli?


to be continued...

martedì 23 febbraio 2010

Memorie dal Giappone - quarta puntata

Buondi a tutti i lettori, apro la puntata parlandovi della mia recente visione del film “Il riccio”; mi è piaciuto molto ed invito a vederlo chi ancora non lo abbia fatto.
Una scena divertente è quella in cui la portinaia Renée, invitata a cena dal nuovo inquilino giapponese,che si è arredato la casa allo stile orientale, si avventura nella toilette provando la difficoltà e la meraviglia che vi ho illustrato nella puntata precedente. A cena, inoltre, i protagonisti non mangiano sushi ~ tanto per smentire ‘sto luogo comune che i giapponesi mangiano solo pesce crudo ~ ma lui le cucina un ramen, la zuppa con i vermicelli che tradizione vuole che si mangi in modo molto rumoroso ~ di fatti, è l’unico suono che ci si poteva permettere nel fast food da single descritto qualche puntata fa. Per concludere il discorso sulla toilette giapponese, è molto carino il modo in cui i giapponesi lasciano la carta igienica pronta per il prossimo utilizzatore, ma il come non ve lo dico; andate in Giappone se vi volete togliere la curiosità, oppure a casa mia, visto che ho preso anch’io tale abitudine.
Nel frattempo, dalla Mongolia ricevo e volentieri vi pubblico questa bella foto, che contribuisce ad alimentare il mio immaginario su quella terra tanto esotica. Certo che in una landa sterminata così, una galoppata a cavallo ci sta tutta; ma a scanso di equivoci, ricevo anche quest altra testimonianza che conferma che in Mongolia si va in automobile ~ anzi, in gippone. Chissà se un giorno Angeli mi si offrirà come guida anche per la Mongolia, nel frattempo vi parlo del primo sabato passato a Tokyo, e del tour proposto dalla mia “Asian personal guide”. Le lascio infatti carta bianca: accantono la Lonely Planet e mi affido a lei, chiedendole di farmi passare un sabato in giro per la città così come lo passerebbe un indigeno. Partiamo da casa con relativa tranquillità, e si arriva in città a mattino già inoltrato. Prima tappa, Ueno. E’ un quartiere molto diverso da quelli già visti (Shinjuku, Ginza), niente grattacieli e luci al neon, ma parchi, musei e famigliole a passeggio, incentivati dal cielo terso e dall’aria frizzante.
Avendo fatto una colazione frugale ~ scopro poi che è la normalità per Angeli, chissà se solo per lei ~ optiamo per un pranzo di mezzogiorno; il ristorante è al primo piano - anzi, al secondo, in Giappone il primo piano è il pianterreno – di un edificio che intuisco essere un museo o un luogo di mostre o congressi, ed è molto elegante; il servizio è estremamente cortese e siamo di gran lunga i più giovani in sala ~ anzi, lei di gran lunga, io un po’ meno. In realtà Ueno è proprio un posto per età più avanzate, non si vedono in giro quelle belle ragazze provocanti che affollano Shinjuku e dintorni. Il parco adiacente è pieno di famigliole o coppiette a spasso, e Angeli mi spiega che è uno dei posti più belli per ammirare la fioritura dei ciliegi in primavera. Questo della fioritura è un vero rituale, in Giappone; è attesa con trepidazione, e si fanno le previsioni sulla data di fioritura alle diverse latitudini del paese. Mi ricorda un po’ mio padre, e la sua attesa primaverile per l’arrivo delle rondini, e mi duole un po’ per questa tradizione che ho pensato bene di non farmi tramandare, ma mi ricorsolo pensando che, essendo sparite le mezze stagioni, le rondini ormai vanno e vengono quando gli pare a loro. Mi sazio con una strana omelette farcita di riso, a cui segue la visita allo Zoo di Ueno, e mi torna in mente il periodo in cui vissi a Helsinki, anni fa, e di quel sabato in cui la mia ragazza di allora, la sempre presente Anu, mi portò a visitare lo zoo di Korkeasaari.

Gli zoo di tutto il mondo si assomigliano, i poveri animali in gabbia mi guardano fare lo scemo con sguardi di commiserazione, e un gorilla se la prende a male per un flash sparatogli negli occhi. Ce ne andiamo, non senza aver prima acquistato un bradipo di peluche che ora fa bella mostra di sé sul mio frigorifero, ed aver adempiuto ad un’usanza diffusa, quella del timbro; ogni posto degno di visita, in Giappone, ha un suo timbro ricordo che puoi apporre dove meglio credi, come souvenir.
Guidati dal suo fido i-phone, ci spostiamo rapidamente in metro verso lo storico quartiere di Asakusa ~ nel giapponese parlato la u non si pronuncia, perciò dicono “Asaksa”, anche negli annunci sotto il metrò. Appena usciti dalla stazione, ci si para dinanzi un tizio vestito in abiti tradizionali, chissà perché ha capito che sono un turista. E’ una guida che si offre per un giro in risciò del quartiere , Angeli pare entusiasta all’idea ed io decido di fare lo splendido e offro il giro (10.000 yen, mica pifferi). La guida parla bene inglese, oltre ad essere in discreta forma fisica: tira la carrozzella, dove ci sistemiamo sotto una calda copertina, con grande vigoria. Mi chiede da dove venga, e alla mia risposta rilancia affermando di avere una “italian girlfriend” (?), degli Abbruzzi, sostiene (“Ah. Anche io, fino a poco fa” – sospetto che sia una messinscena accuratamente preparata). Il quartiere, apparentemente risparmiato dalla furia dei bombardamenti americani, è carino e pittoresco; la sua maggiore attrazione è il tempio di Sensō-ji , affollato all’inverosimile, e che mi conferma che tutto sommato altri popoli hanno un approccio alla loro religione apparentemente più gaio e felice di quella a cui io sono abituato. La guida mi spiega inoltre che il 60% dei giapponesi è scintoista mentre un altro 60% è buddista; infatti, una religione non esclude l’altra, e ognuna di loro soddisfa un’esigenza particolare. Penso che non sarei in grado, in ogni caso, di tifare per la Roma e per un’altra squadra contemporaneamente, e mi rincuoro affidandomi al mio sano monoteismo.
Asakusa è anche lo storico quartiere dei teatri di Tokyo, tutti i maggiori attori e registi giapponesi hanno mosso lì i primi passi; pare che gli attori, a inizio carriera, siano costretti a cimentarsi con il teatro erotico, forma d’arte molto apprezzata; rimango sorpreso, immagino sia qualcosa tipo le nostre commedie anni ’70 con Renzo Montagnani. Mi mostra la strada con le impronte delle mani di famosi attori e cineasti giapponesi, e stavolta è lui a rimanere sbalordito davanti alla mia conoscenza di Takeshi Kitano (“Zatoichi, Hana-bi), Toshiro Mifune e addirittura Akira Kurosawa (“the seven samurai”). Anche ad Asakusa, faccio la mia porca figura.
Il tipo si congeda dopo un’ora di giro, è l’imbrunire; io gli faccio dono di una cioccolata acquistata all’aeroporto alla partenza ~ avevo letto che è cosa apprezzata fare un dono ai giapponesi che si mostrano particolarmente cortesi con lo straniero ~ e lui ci consiglia un ristorante dietro l’angolo dove presentarci a suo nome ~ in Giappone la raccomandazione, o presentazione, è di vitale importanza.
E’ uno di quei posti che da solo non sarei mai stato in grado di trovare; prendiamo l’ascensore direttamente dalla strada, e al sesto piano una donna ci riceve con un profondo inchino e ci invita a togliere la scarpe mentre siamo ancora nell’ascensore. Il ristorante è di grande atmosfera, colori tenui e bambù dappertutto; Angeli ha carta bianca per le ordinazioni, e alla fine esce fuori una discreta cena ~ sono le 6 del pomeriggio, ma il pranzo è stato già digerito da tempo. Soprattutto il tonno con l’avocado non è per niente male. Il dolce invece è proprio strano, ci sono dentro i fagioli rossi e una strana gelatina a cubetti.
Dove si va per digerire, il sabato sera a Tokyo? Sulle montagne russe, nella Tokyo Dome City, vicino allo stadio di baseball al coperto. Il parco dei divertimenti è piccolino, ma è tutto un trionfo di luci colorate, e le montagne russe, viste da sotto, sono veramente impressionanti; addirittura passano attraverso un buco in un palazzo di fronte. Il rituale prima della partenza dell’inquietante trenino mi ricorda un po’ quello dei kamikaze prima dell’ultimo volo, visto in molti film di guerra; tutti alzano il pugno in aria urlando grida di battaglia, così almeno li percepisco. Evidentemente è un modo per esorcizzare il terrore, lo stesso che mi attanaglia le viscere appena il trenino parte, ed in pochi secondi mi porta ad un’altezza ragguardevole. Appena mi sento precipitare verso l’orrido, chiudo gli occhi, ed urlo ininterrottamente per tutta la durata del tragitto. Li riapro solo all’arrivo, scopro di aver fatto un paio di giri a testa in giù, e vedo Angeli al mio fianco tutta sghignazzante. Non credo di aver fatto colpo su di lei nemmeno in questa occasione.
Evidentemente appaio molto provato, e Angeli mi suggerisce di andarsi a rilassare all’Onsen, le terme che si trovano nel palazzo di fronte. Sicuramente un luogo dove mi sentirò molto più a mio agio. Le terme sono proprio belle, non c’è che dire, peccato che gli ambienti siano separati, uomini e donne; ma visitare le terme giapponesi era un mio desiderio da tempo. Sono l’unico forestiero, ma non mi sento per niente osservato ~ la discrezione nipponica, evidentemente. Un avviso in inglese mi ricorda che è vietato l’ingresso a chi esibisce tatuaggi; troverò tale ammonimento anche in altre onsen, ma per fortuna io non ho mai ceduto alla tentazione di farmi marchiare la pelle come un bovino, rovinando così un’opera d’arte donatami dalla natura. Ci sono vasche a diversa temperatura, una con acqua ferrosa; due saune, la più piccola raggiunge temperature da inferno dantesco, la più grande è invece più rilassante, con tanto di tv grande quanto uno schermo cinematografico. Ma la parte più interessante è il settore della pulizia personale; sono tante postazioni individuali, dove ci si siede su uno sgabellino ~ nudi, evidentemente ~ di fronte ad uno specchio con una doccia appesa in un angolo. Davanti a me trovo shampoo, bagno schiuma, balsamo, rasoio (ne approfitto per darmi una depilata, di fatti sono l’unico irsuto in quel luogo) e spazzolino da denti (“certo che potevano mettere pure il dentifricio… ah, ma le setole sono già indentifriciate! “). Il momento dell’igiene personale è veramente intimo e rilassante; scoprirò poi che negli spogliatoi ci sono altre postazioni dove trovo phon, creme per il corpo, per il viso, dopobarba, gel per capelli. Il tutto per 2500 yen, aperto 24 ore su 24.
Immagino già i commenti e gli interrogativi di qualcuno di voi, su un italiano che vaga per uno stabilimento termale giapponese; senza falsa modestia, già anni prima mi resi famoso in una sauna scandinava come “il campanaccio di Helsinki”, e anche a Tokyo ho avuto modo di confermare la mia fama ed aggiornare il mio soprannome, facendo bella figura presso i nipponici ~ e voi direte: ce vole poco. Va be’, peccato, appunto, che gli ambienti fossero separati, ma tant’è.
Con Angeli, ci incontriamo ormai vestiti presso la terrazza dell’edificio. Terme e rollercoaster ci hanno nuovamente messo fame: concludiamo la serata mangiando il ramen nel posto che vi ho descritto alcune puntate fa.
Rientriamo a Shin-Sayama; il giorno dopo è domenica, ed il lunedì seguente è un festivo, ragion per cui, domani sera, si faranno le ore piccole in una discoteca di Shibuya.

mercoledì 17 febbraio 2010

Memorie dal Giappone - 3

buongiorno a tutti, dopo aver letto queste poche righe dementi vi invito a leggere il post immediatamente seguente, che tratta argomenti ben più seri e gravi delle mie semiserie disavventure,
grazie e buona lettura,
Stefano


- Mongolia???
- Mongolia.
Così risponde Angeli quando le chiedo dove sia nata e dove vive la sua famiglia.
- Si, però Inner Mongolia
- Ah, beh, allora…
Mi spiega che la Inner Mongolia, o Mongolia Esterna, è una regione ~ assai estesa ~ che culturalmente e linguisticamente appartiene alla Mongolia, ma politicamente alla Cina. La Mongolia… una terra mitica, nelle mie fantasie da viaggiatore. Spazi sconfinati, Gengis Khan ed il suo impero, cielo azzurro e terso, praterie verdi smeraldo su cui galoppano cavalli selvaggi… e poi mi vengono in mente i CSI, il Consorzio Suonatori Indipendenti che alla fine degli anni ’90 decise di andarsene proprio in Mongolia in cerca di ispirazione; e il buon ~allora, ora è completamente andato ~ Giovanni Lindo Ferretti ed il fido Zamboni se ne tornarono dopo un po’ con “Tabula Rasa Elettrificata” e un po’ di loro foto e filmati mentre galoppavano liberi e bucolici nelle steppe asiatiche.
Sono piuttosto sorpreso. Mi trovo in Giappone da poche ore, a Shin-sayama, 45 km da Tokyo, a casa di una ragazza mongola di nazionalità cinese che vive e lavora in Giappone da sei anni ~ e di cui ha preso pure la cittadinanza, sostiene ~ conosciuta in Malesia sul monte Kinabalu a quota 3.300 metri. Non ero pronto a tutto ciò; sono colto da imbarazzo e sbigottimento. Sento che devo dire qualcosa per rompere il ghiaccio.
- Ma in Mongolia ci sono tanti cavalli?
Mi guarda tra lo stupito e il divertito. Forse era meglio tacere.
- No, andiamo tutti in macchina.
Era meglio tacere.
Mi spiega anche le origini del suo nome. Quello originale è Angir, si pronuncia Engher, e si trascrive chissà come in alfabeto cirillico. Per i cinesi è però impronunciabile, e glielo traducono in Angeli, che lei pronuncia più o meno in inglese ~ fu così che mi si presentò, mesi addietro, al rifugio di Laban Rata, sempre su quel monte infido. Arrivata in Giappone, si ritrova a ricambiare nome, perché scopro che se i cinesi hanno problemi con le erre, i giapponesi li hanno con le elle, e diventa Engheru, pronunciato in questo modo e trascritto in hiragana - uno degli alfabeti giapponesi.
- E il cognome?
Non ne ha, ha solo il nome, sostiene. Mi sto convincendo sempre di più di essere atterrato su un altro pianeta.

Il mattino dopo, torniamo a Shinjuku con il treno, 45 minuti di viaggio. Lei va al lavoro, io inizio ad esplorare cautamente la città. Penso bene di iniziare ad osservarla dall’alto e capacitarmi così delle sue reali dimensioni, e perciò punto verso il municipio di Tokyo, grattacielo dall’architettura ardita progettato da Kenzo Tange, e salgo al punto panoramico al 45° piano.

Tokyo è sterminata, da una parte il mare, dall’altra le montagne, e sullo sfondo il cono sinistro e affascinante del monte Fuji. Vista dall’alto, un formicaio. E’ attraversata da autostrade e linee ferroviarie e metropolitane sopraelevate, da parte a parte. Vedo inoltre che Shinjuku non è il solo quartiere dove sono presenti grattacieli, ma altre zone della città presentano uno skyline che nulla ha da invidiare a New York.
Nel municipio trovo anche l’ufficio del turismo di Tokyo, dove spero di trovare alcune informazioni utili, prima di tutto un orario dei treni scritto in una lingua comprensibile. Alcuni dipendenti parlano inglese, ma la maggior parte dei dépliant sono per turisti giapponesi. Da un lato vendono anche alcuni strani cibi, dall’aspetto esotico. Mi incuriosisce una specie di medaglione da cui esce uno stecco di legno come fosse un gelato; i tizi dietro il bancone mi notano, confabulano tra loro, e poi un loro portavoce mi comunica in tono entusiasta: “Fish. Fish, fish, eh eh!”. Sghignazzano soddisfatti per la proficua comunicazione, io faccio capire di aver capito, e mi azzardo a provare quello strano lecca lecca al pesce. Come snack da metà mattinata, si rivela pure buono.
Torno alla stazione di Shinjuku, mi riperdo nei suoi sotterranei, e mi accorgo che oltre alle innumerevoli linee ferroviarie e metropolitane, a quell’ora anche le attività commerciali fervono. Un gruppo di segretarie in pausa pranzo fa la fila davanti ad un chiosco che vende strane palle fumanti, messe tutte carine in fila in una confezione di carta.
Il tizio che le vende non ha le capacità linguistiche di quelli di prima, io indico le palle che vorrei assaggiare, lui mi risponde qualcosa e me le dispone ordinate, poi mi indica uno strano condimento, dall’aspetto si direbbero trucioli di legno rosa. Non so cosa sia, perciò gli dico di si. Sopra le palle calde calde, i trucioli si muovono così tanto che mi viene il sospetto che si tratti di qualcosa ancora in vita, ma in realtà era l’effetto del calore. I trucioli sanno di pesce ~ scoprirò poi in tv che si tratta di un condimento molto diffuso, in pratica filetti di pesce affumicato e seccato, e poi ridotti in trucioli da una specie di pialla ~ e da dentro le palle fa capolino un tentacolo di polpo. Buoni, tutto sommato, e anche economici, 500 yen.

Dedico il primo pomeriggio alla Tokyo Tower, che è quella specie di torre Eiffel arancione che si vede sempre nei cartoni animati, è la prima cosa che viene buttata giù dai mostri alieni nemici di Goldrake o Jeeg Robot quando decidono di mettere Tokyo a ferro e fuoco, e miracolosamente riappare in piedi nella puntata seguente.

Poi a piedi verso Ginza, il quartiere ”in” di Tokyo, con tutte le boutique delle migliori griffe del mondo, tra cui l’immancabile italico duo di stilisti gay.
Visita obbligatoria al Sony Building, dove la casa giapponese espone tutte le sue novità, tra cui la fotocamera che non scatta finché tutti non sorridono e quella che ti insegue per averti sempre al centro dell’obiettivo.
La passeggiata mi serve per rendermi conto della particolare architettura di Tokyo; è una vera e propria città del futuro che si estende ormai in altezza, su più livelli; alzando lo sguardo, vedo un treno uscire da un palazzo ed entrare in quello di fronte passando su un ponte sospeso ad una quindicina di metri sopra la mia testa. La difficoltà nell’orientarsi, oltre al fatto che in tale caos non esistono gli indirizzi come li conosciamo noi, è dovuta al fatto che le attività commerciali, che noi siamo abituati a trovare al livello della strada, sono a Tokyo estese in altezza; puoi prendere un ascensore a piano terra e trovare un ristorante al quinto piano, un negozio di abbigliamento al sesto e le terme al settimo; tali attività sono indicate all’esterno da innumerevoli scritte luminose e coloratissime, ma comunque per me incomprensibili. Tutto ciò contribuisce ad aumentare la sensazione di stordimento che mi pervade fin dal mio arrivo. E qui, per farvi capire quanto lo smarrimento che si può provare in Giappone non ti abbandoni in nessuna situazione, apro e chiudo una parentesi, che riguarda le toilette giapponesi.
La prima sorpresa l’ho avuta a casa di Angeli: accendo la luce della toilette – separata dal resto del bagno - e la tavoletta si alza da sola; il suono del motore elettrico mi fa escludere l’ipotesi soprannaturale, e lo strano monitor con lucette e pulsanti che vedo alla parete mi dà la conferma che in effetti la tavoletta del water giapponese è un elettrodomestico computerizzato a tutti gli effetti. La seconda sorpresa ce l’ho sedendomi sopra: un piacevole tepore mi scalda le terga. La terza ce l’ho quando cerco inutilmente uno sciacquone, o al limite una catena, così come sono abituato a trovarne dalle mie parti; non ne trovo. Inizio così a premere a casaccio sulla pulsantiera, finché ad un certo punto l’acqua inizia a scrosciare.Per finire, trovare il tasto che riabbassa la tavoletta ~ le prime volte lo spingo manualmente rischiando di sfasciare il motore elettrico, dopo qualche giorno capisco che si abbassa premendo un altro pulsante. Altre sorprese seguiranno: ad esempio, altri pulsanti azionano piacevoli getti d’acqua, diretti lì dove non batte il sole (levante, in questo caso). E nei megastore di elettronica, insieme a computer ed aspirapolveri, ci sono le tavolette della toilette. Addirittura della Toshiba. Chiusa parentesi, ma in ogni caso vi assicuro che la prima esperienza con il bagno giapponese non si dimenticherà facilmente.
Così confuso, decido che per cena voglio andare sul sicuro, e punto sul sushi bar della sera prima, dove riesco a saziarmi spendendo pochi yen e soprattutto senza dire nemmeno una parola, che comunque non capirebbero. Per oggi me la sono cavata da solo, ma domani è sabato, e Angeli mi farà da guida per la città. Torno a casa con la Seibu-Shinjuku line, non senza aver prima sbagliato treno ~ prendo un locale, impiego un’ora e mezza, fermandomi in tutte le stazioni ~ e poi l’uscita della stazione al mio arrivo; vago per un po’ per Shin-Sayama ormai immersa nelle tenebre, penso che sia inutile chiedere informazioni a qualcuno perché non saprei in che lingua farlo, e comunque non avendo indirizzi né riferimenti non saprei nemmeno cosa chiedere; ma alla fine, tra le tante palazzine tutte uguali lungo la ferrovia, riconosco quella che mi ospita. Angeli lavora a Tokyo fino a tardi e sono solo nella sua gelida abitazione, ma poco dopo il mio arrivo a casa suona il citofono, e sulla porta appare un buffo personaggio, suo collega, la cui presenza mi accompagnerà fino al termine della vacanza: l’imperscrutabile Hideto.

martedì 16 febbraio 2010

Un altro sgombero: quanto civile può essere considerata l'Italia

Inoltro una lettera che mi è appena pervenuta. Come sempre, non vedo il bisogno di ulteriori commenti.


Lettera di Bianca (mamma scuola Feltre): bianca.zirulia@fastwebnet.it

Cari amici,
martedì mattina pare proprio che avverrà lo sgombero dell’'insediamento rom presso il laghetto di Redecesio.
Nemmeno l'’appello di don Roberto Davanzo, direttore della Caritas Ambrosiana, a fermare gli sgomberi almeno durante l’inverno sembra venire ascoltato.
Si tratta di un campo di circa 30 famiglie, tutte famiglie con bambini (circa trenta), rifugiatesi lì a seguito dello sgombero di Novembre di via Rubattino.
Dieci di questi bambini da due anni frequentano con grande motivazione e, a questo punto devo dire con inimmaginabile tenacia, le scuole di Lambrate (scuola di via Pini, di via Feltre e di via Cima).
Non entro neanche nel merito della illegalità dell'’insediamento che è evidentemente abusivo. Infatti credo conoscerete la situazione di estrema povertà delle famiglie rom rumene al centro di una vera e propria persecuzione negli ultimi mesi a Milano (Ricorderete l’accorato appello, a S.Ambrogio, del cardinale Tettamanzi agli amministratori cittadini).
Questo inutile ennesimo sgombero ai danni di queste famiglie povere e disperate cosa provocherà?
Si verificherà davanti ai vostri occhi quello che è successo a Lambrate nei giorni successivi al 19 novembre.
Gente affamata e infreddolita che si è aggirata per giorni con carrelli della spesa e bimbi per mano, chiedendo ospitalità nelle chiese e che ha dormito per strada infagottando i bimbi piccoli nelle coperte.
Uno spettacolo inimmaginabile in un paese civile, che ha scosso le coscienze di molti cittadini, purtroppo più di quelle degli amministratori.
Vi chiediamo di avvisare e possibilmente di mobilitare i vostri volontari per essere presenti e dare assistenza lunedì mattina al campo (ingresso da viale Umbria).
Le maestre si stanno organizzato per portare comunque i bambini a scuola e non far vivere loro l’ennesima violenza.
Il nostro obiettivo, come genitori ed insegnanti delle scuole di Lambrate, insieme a S.Egidio, Padri Somaschi e Naga è di salvare tutto il possibile delle trame intessute dell’integrazione di queste persone e, punto fondamentale, di ottenere le condizioni perché questi bambini possano continuare a venire a scuola.
La loro scolarizzazione è l’'unica speranza per un loro miglior futuro ma anche per il nostro insieme a loro.
Un saluto
Bianca (mamma scuola Feltre)

domenica 14 febbraio 2010

La danza africana: educazione interculturale


Questo pomeriggio abbiamo organizzato attività di trucca bimbi alla fattorietta, una vera e proprio fattoria nel cuore di Roma. Abbiamo fatto la conoscenza di Clovis che insegna danza africana ai bambini (e non solo!).
Con la musica camerunese in sottofondo, ci ha spiegato come la danza africana è il modo per veicolare le proprie emozioni, per comunicare ma anche per vincere le proprie paure.
Coinvolgendo i bambini con la danza africana, gli si insegna la pazienza, la concentrazione e il coraggio!
Su questo sito troverete tutte le attività condotte da Clovis presso le scuole : http://www.scuolamondo.org/

E per citarlo, finirò questo articolo con una sua frase:

“Mio nonno mi diceva sempre: dai frutti si giudica se l'albero è buono o no”.

mercoledì 10 febbraio 2010

Molliamo tutto e andiamo a vivere a...


Se come ALDO MENCARAGLIA vi viene voglia di mollare tutto e di andarvene a vivere all'estero, leggete questo blog dal titolo esplicito: "Italiansinfuga".
Consigli, dritte e pareri da chi se n'è andato dall'Italia a 19 anni e non è mai tornato indietro.
Per tutti quelli che si guardono "Not going back" su Travel e living (canale 426) sprofondati nel divano;
Per tutti quelli che "non gliela faccio più!"
Per tutti qelli che si sono iscritti su facebook al gruppo "MOLLIAMO TUTTO E ANDIAMO A VIVERE A BORA BORA".
Infine, a chi si riconoscerà in questa breve descrizione...

http://www.italiansinfuga.com/

lunedì 8 febbraio 2010

Memorie dal Giappone – 2a puntata

Visto il grande successo della prima puntata, proseguo nella descrizione del meraviglioso ed incomprensibile Giappone, per quel poco che sono riuscito a capirne, si intende.
Ripartiamo dal mio incontro con Angeli all’uscita est di Shinjuku: subito dopo eravamo a mangiare sushi in uno di quei bar dove i piattini girano davanti a te con il nastro trasportatore, vedi quello che ti piace e te lo prendi. Su ogni portata ci sono due bocconcini, con tonno, salmone, ostriche, sgombro, e si mangia rigorosamente con le bacchette.

Scopro che i piattini hanno una colorazione diversa a seconda del prezzo, comunque molto basso, si va dai 100 ai 300 yen (1 euro=130 yen). In più, si può prendere gratis il tè verde, ci sono le tazze pronte con le bustine e da un rubinetto davanti a te esce l’acqua già calda. Davanti a te trovi anche zenzero marinato, wasabi e salsa di soia. Alla fine, vai alla cassa e ti fanno il conto al volo, evidentemente ti spiavano.
E’ un locale dove regna il silenzio; quasi tutti sono lì per mangiare da soli, e scoprirò che di posti simili, in giro per Tokyo, ce ne sono molti. Il difficile, per chi è forestiero, è capire dove sono e come funzionano; da fuori, in molti casi, non è nemmeno immediatamente intuibile che si tratta di un posto dove si può mangiare. In uno di questi – nella Tokyo Dome City vicino al Tokyo Dome, lo stadio coperto di baseball – andrò con la mia amica e guida personale Angeli ~ da solo non sarei stato in grado.
All’esterno c’è una pulsantiera, dove ad ogni pulsante è abbinata una pietanza, ovviamente scritta in giapponese; inserisci una banconota, premi il pulsante del cibo scelto, e quella ti rende il resto ed una ricevuta - la mia amica ha la delega in bianco, per tutta la durata della vacanza, per decidere il mio menù. Entri e ti scegli un posto, ed i posti sono tutti singoli, separati tra di loro da un pannello in legno; avvisi sulle pareti ti ricordano che è vietato parlare e tenere il cellulare acceso: lì si sta per mangiare! Ti metti seduto, e davanti a te si alza una tendina in bambù, qualcuno da dietro ti recita un’elaborata formula che intuisco essere di cortesia, esce fuori una mano e ti prende la ricevuta. Dopo due minuti, la mano torna con il tuo piatto – è un ramen,
un’ottima zuppa speziata con spaghetti, pezzetti di carne e verdure, forse alghe – te lo poggia davanti, recita ulteriori convenevoli, e poi ti abbassa la tendina. La zuppa è buonissima! In assoluto il cibo giapponese è il più leggero mai provato finora, ed è anche molto gustoso.

Chiudo – per ora – la parentesi socialgastronomica, per tornare al racconto della prima sera. Il quartiere di Shinjuku, in orario serale, è sempre più affollato e caotico; noi ci dirigiamo verso la stazione della Seibu-Shinjuku line. Anche la stazione è molto frequentata: intuisco che il pendolarismo a Tokyo è un fenomeno molto diffuso e scoprirò poi che anche l’ultimo treno della notte, a mezzanotte e mezza, è molto affollato. Angeli abita a Shin-Sayama, 40 km a nord ovest di Tokyo, e i treni impiegano da 40 minuti ad un’ora e mezza ~ il giorno dopo, tornando da solo, prenderò un treno Local invece di un Express, e imparerò la differenza tra i due. Prendo confidenza con i nomi di fermate che mi diventeranno via via più famigliari nel corso della vacanza; sul treno una voce femminile, da un altoparlante, prima in giapponese e poi in inglese, annuncia la prossima fermata ~ la mia preferita sarà Takadanobabà , che si legge proprio così, con l’accento sull’ultima lettera, ma anche Saginomiyà non è male. La voce che legge le fermate è una delle poche che si ascoltano sul treno; l’esperienza del mezzo di trasporto collettivo, in Giappone, si rivelerà significativa per il visitatore italiano. I comportamenti dei viaggiatori possono risultare molto particolari ai nostri occhi, eppure intuisco che quella è la normalità: quasi nessuno si conosce, i pochi che parlano lo fanno a voce bassa; avvisi sul vagone ricordano che in alcune zone è vietato tenere acceso il cellulare, e nelle altre lo puoi fare ma senza suoneria; scoprirò poi che farsi squillare il telefono in pubblico in Giappone è una grandissima cafonaggine, e parlarci ad alta voce lo è ancora di più; nella mia permanenza ho sentito in tutto una suoneria squillare, e non avrò visto più di un paio di persone parlare al telefono. Penso a quelli che alle Tv italiane vendono suonerie per teenager di tutte le età, qui in Giappone probabilmente sarebbero disoccupati; e aggiungo pure che, considerando i molti italiani che in treno o in altri luoghi pubblici ti rendono partecipe delle loro affascinanti vicissitudini, tutto sommato la discrezione nipponica è di mio gradimento. Detto ciò, molti tokyesi -si dirà così?, mah – sul treno, hanno continuamente il cellulare in mano. E cosa ci faranno mai? Angeli mi suggerisce: mandano sms , e-mail, navigano, giocano, ascoltano musica. Lei non ne è immune: capisco che il suo i-phone Apple – peraltro, uno dei pochi modelli con cui io abbia familiarità, molti altri cellulari che vedo in giro sono a me sconosciuti, ma non che sia un esperto, si intende – è per lei una guida, un mezzo per comunicare, l’accesso a molte informazioni on-line, uno strumento di svago: è l’ultimo oggetto che posa prima di addormentarsi ed il primo che cerca al mattino al risveglio. Per muoversi a Tokyo, lo consulta continuamente per sapere orari e coincidenze di treni urbani e metropolitane – con assoluta certezza, peraltro: non è una leggenda, con i mezzi di trasporto giapponesi ti ci puoi rimettere l’orologio. Ha scaricate tantissime applicazioni e giochi; le differenze linguistiche tra di noi sono superate da un programma nel quale lei scrive in giapponese, ed immediatamente dall’i-phone esce una calda e suadente voce maschile mi dice in italiano parole gentili e piacevoli ( “sei molto bello” – chi? Io? Grazie). Detto che metà dei pendolari gioca con il cellulare, l’altra metà invece dorme. Un sonno profondo ed immediato, si direbbe. Entrano nel vagone, trovano un posto libero e dopo due secondi chinano la testa in avanti, per rialzarla solo un secondo prima di arrivare alla loro fermata; con altrettanta discrezione, si alzano ed escono. Evidentemente il loro orologio biologico è anche tarato sugli orari delle metropolitane.

Anche sul treno ci sono ragazze carine dal look accattivante; riconosco di subire il fascino degli occhi a mandorla, ma mi trovo ad essere il solo a fissare tanta bellezza e sensualità, e non vorrei essere scambiato per il solito maniaco italiano; gli altri, invece, sembrano tutti essere persi nel loro mondo. Una cosa significativa mi è accaduta un giorno su un vagone affollato; abbastanza stretti ed in piedi, avevo alla mia sinistra una bellissima ragazza, e alla mia destra un uomo di mezza età concentrato nella lettura di un manga erotico .


Arriviamo a Shin-Sayama : è un centro abitato autonomo da Tokyo, ma in realtà durante il viaggio abbiamo incontrato un continuo di case e palazzi; di fatti siamo in un’altra prefettura ma facente parte della Greater Tokyo .

L’appartamento di Angeli è al terzo piano di una moderna palazzina che affaccia sulla ferrovia, e lì scopro già alcune cose interessanti: entrando a casa ci si toglie le scarpe – ma la sorpresa è relativa, tutto sommato già sapevo che gli italiani sono tra i pochi che tengono le scarpe a casa, e non le fanno togliere agli ospiti; in ogni caso, si raccomandano calzini sempre in ordine e presentabili. In più, in casa fa un freddo cane, non c’è riscaldamento se non un condizionatore d’aria; scoprirò poi che la sua non è un’eccezione, ma una regola.
Le stanze sono piccole, la cucina poco “frequentata” – e su questo aspetto interessante tornerò in seguito, parlando delle abitudini alimentari giapponesi; non ci sono sedie, il salotto è un insieme di cuscini adagiati in terra, e le gambe si allungano sotto un tavolino basso da cui esce una copertina che ti copre le gambe, e la cui faccia inferiore è riscaldata elettricamente ~ molto piacevole, direi; si dorme in una stanzina con porte scorrevoli e tatami sul pavimento, adagiati sul futon. La complicata toilette giapponese invece richiede una descrizione a sé, lo farò in seguito. Ma la vera sorpresa sono le origini di Angeli, e la spiegazione del suo strano nome.

venerdì 5 febbraio 2010

un maestro elementare, Giuseppe Caliceti di Reggio Emilia. Il suo libro: "Italiani, per esempio"

Ecco una piccola antologia di frasi dei bambini stranieri.

Gli italiani, secondo me, alcuni, sono un po' troppo perfettini. Invece gli immigrati sono meno perfettini e si accontentano di più. (Ada, 10 anni, Camerun)


Oggi Carlo ha scritto sul mio astuccio: "Ti odio!". Io però non sono né offesa né felice perché ci sono abituata. (Vera, 9 anni, Albania)

Io qui in Italia sono nuova.  Io prima avevo paura di non parlare, di non imparare. Poi non sapevo se le maestre e gli altri bambini e le bambine mi volevano o no. Ma dopo hanno fatto una festa per me, hanno detto il mio nome e insomma, adesso qui nella scuola in Italia sto benissimo. Adesso lo so che mi vogliono. Io lo so perché me lo dicono. Forse me lo dicevano anche prima, ma io non capivo bene.
(Laila, 7 anni, Egitto)

Una cosa che mi dà fastidio di alcuni compagni di classe italiani è questa: se loro mi regalano una palla e dopo un giorno dicono che non mi hanno regalato la palla e la riprendono. E dicono che io non ho capito bene. Ma io ho capito benissimo. (Jo, 10 anni, Repubblica Dominicana)

Loro sono persone italiane che il capo è un italiano. Lui alla tv parla un po' male perché è malato, ha la faccia
storta. Loro vogliono mandare via dall'Italia tutti gli uomini, le donne e i bambini non italiani. Oppure anche quelli come me che sono nata in Italia ma i miei genitori e dei miei fratelli e sorelle grandi no. Loro sono contro tutti tranne loro. Loro si chiamano Lega Nord e sono contro il Sud, l'Ovest e l'Est. (Naima, 11 anni, Marocco)

Italiani sono brava gente, però per me delle volte sono un po' troppo agitati. Delle volte loro urlano troppo, per esempio quando fanno gol alla partita. Loro sono bravi a cantare, ma non tutti. Poi a scuola alcuni bambini italiani ti vogliono baciare che tu non sai neppure chi sono.
"Mi ha offesa, ci sono abituata" "Gli italiani? Bassi come noi"
(Sana, 6 anni, Albania)

Sono bassi, simpatici, allegri, sempre alla moda. Gli italiani assomigliano agli albanesi. (Vera, 9 anni, Albania)

Nessuno era mai la mia migliore amica, invece dopo è arrivata. Io ho capito che se vuoi diventare amica di una bambina italiana (o anche non italiana) tu non devi tirare dei sassi a lei. (Sheela, 6 anni, Sri Lanka)

Le mamme dell'Italia trattano i figli un po' da piccoli anche se sono più grandi, invece io ho capito subito che dovevo arrangiarmi da sola. (Olga, 11 anni, Togo)

Certe volte degli italiani, non dico tutti, sono un pochino arroganti. Cioè si sentono superiori, vogliono avere sempre ragione, si sentono i padroni del mondo solo perché i loro parenti sono italiani. (Dinkar, 11 anni, Sri Lanka)

Io dico sempre a mia mamma e anche a mio padre di imparare un po' meglio l'italiano per non farmi fare brutte
figure, ma loro lavorano sempre e non imparano mai a parlare bene, per questo io delle volte mi vergogno a andare in giro con loro. (Vera, 10 anni, Albania)


Un bambino pensa che io ho la pelle così perché mi sono colorata con un pennarello. E se io lavo la mia faccia bene, dopo divento bianca. Ma alla fine fanno tutti le domande. Dicono: "Perché non ti scancelli?". Dicono: "Di che colore è il tuo sangue?". Dicono: "Veh, ma tu fai la cacca nera?". Dicono così perché sono piccoli, non sono
cattivi. Loro appena vedono la pelle un po' nera pensano che tutto è nero, ma non è così. Io non mi arrabbio, perché a loro la maestra deve ancora insegnare tutto, sono troppo piccoli. Poi io non ho mai visto una cacca bianca, nessuno la vede, non esiste! (Ines, 9 anni, Repubblica Dominicana)

Io ho capito che se tu impari a giocare e a sapere del calcio è più facile che i bambini in Italia sono miei amici perché in Italia tutti parlano sempre del calcio. (Tong, 8 anni, Cina)

L'Italia per me è come una casa. Ha il clima abbastanza caldo, solo che sulle Alpi non ha messo il riscaldamento.
È una casa pulita, ma in alcune stanze e in cantina c'è disordine e sporcizia. Nella casa ci abitano persone un po' gentili e un po' meno. I pavimenti di questa casa li lava l'acqua del mare.  (Tasneem,10 anni, Pakistan)

Per me se si amano fanno bene a sposarsi anche se lui è nero e lei è bianca, non vuol dire niente il colore, perché
anche chi viene dall'estero è una persona, non un animale. Però il marito e la moglie si devono mettere d'accordo molto bene sul mangiare, sulla religione e sulla educazione dei figli, perché magari avevano delle abitudini diverse e perciò per mettersi d'accordo devono parlare un po' di più, altrimenti dopo ci sono dei casini e anche
dei litigi. Ma ci possono essere casini anche se la madre e il padre sono tutti e due italiani, infatti in Italia ci sono molti matrimoni non misti ma anche molti divorzi. (Kumari, 10 anni, Pakistan)

Mio fratello mi aveva detto che se lui vuole andare in discoteca, lui qui in Italia non può andarci. Non perché è piccolo, ma perché è straniero. Perché a Reggio Emilia e a Parma nelle discoteche a ballare ci vogliono solo degli italiani. Però se sei una femmina, una ragazza, ci puoi andare anche se sei marocchina. Ma solo se sei bella. (Omar, 11 anni, Marocco)

Io so fare il gentile perché mia mamma mi ha detto che se faccio il gentile forse dopo dei signori e delle signore italiane ti aiutano di più. (Roberto, 10 anni, Repubblica Dominicana)

Un mio amico italiano di questa scuola, che non dico il nome, lui dice sempre che lui non va mai ai ristoranti cinesi perché i cinesi mangiano i gatti. Io dico che non è vero e lui dice che a lui lo ha detto sua mamma, perché sua mamma aveva letto sopra un giornale italiano e sopra quel giornale c'era scritto così.
Io non so proprio che giornali ci sono in Italia! (Tong, 10 anni, Cina)

Io sono nata in Italia, a Montecchio, però mia mamma e mio papà sono albanesi e anche io allora sono albanese.
Io ho fatto l'asilo qui, la scuola qui. Io vorrei chiedere al maestro due cose. La prima cosa è questa: io sono italiana o albanese o tutti e due? La seconda: ma io sono immigrata o no? (Vera, 11 anni, Albania)

Per me infatti l'Italia è proprio come io mi ero immaginato. Infatti è piena di cose bellissime ma anche di tanta spazzatura. (Azizi, 9 anni, Senegal)

In Italia ci sono due re: un re è Berlusconi, l'altro re è il Papa. Berlusconi comanda l'Italia, il Papa comanda gli italiani. (Lili, 9 anni, Cina)

Gli italiani sono americani, però sono nati in Italia, non in America, per questo parlano italiano. Quando io dopo vado tanto a scuola in Italia e imparo bene l'italiano però non divento americana, perché sono nata in Marocco, io sono araba, io sono marocchina. Io allora divento un po' italiana e un po' marocchina. (Faiza, 10 anni, Marocco)

Mia mamma delle volte dice sempre che a scuola io e i miei fratelli e le mie sorelle non dobbiamo mai parlare della nostra religione, allora io una volta avevo chiesto a lei perché e lei ha detto che è meglio di no perché gli italiani non capiscono la nostra religione. (Naima, 9 anni, Marocco)

Io non ho la pelle bianca, è vero, ma non ho neanche la pelle nera, perché la mia pelle è marroncina. I negri hanno la pelle nera e io non  sono negro, sono arabo. Il colore della mia pelle è diverso da loro e un po' è diverso anche dagli italiani. Secondo me se il colore era nero per me era peggio. (Omar, 9 anni, Marocco)

In Italia invece i matrimoni sono molto raffinati, ma durano poco. (Laila, 9 anni, Egitto)

A me se c'è questa croce e basta non dà fastidio, se però c'è attaccato il morto mi sembra un po' brutto perché mentre mangi vedi sempre questo Dio che muore e per me non è una cosa bella. (Naima, 7 anni, Marocco)

Se tu sei nata in un paese e dopo vieni a abitare in un paese lontano, come me, ti senti un po' strana, ti senti un po'  come se sei un neonato, perché tu sei già nato in Sri Lanka come sono nata io, però se vieni in Italia sai camminare, ma non sai parlare italiano, poi devi cambiare il modo di mangiare perché non trovi il nostro cibo. (Sheela, 9 anni, Sri Lanka)

Allora se dopo un italiano è stato in Francia, in America, in Polonia, in Cina, in Africa, in un altro posto del mondo, è giusto che dopo vengono tutti in Italia. Se sono in vacanza ma anche se non sono in vacanza. Anche
se vogliono comprare una casa in Italia. Non possono? Per me possono. Altrimenti dopo il mondo come diventa? Un mondo obbligato? (Raja, 11 anni, Egitto)

In Italia ci sono uomini che odiano tutti gli altri uomini e donne e bambini venuti da fuori, ma soprattutto gli albanesi perché dicono che noi siamo ladri. Loro dicono così perché noi siamo più poveri. E uno ricco ha sempre paura di un povero, ha paura di essere rubato. Però non tutti i poveri e gli albanesi sono ladri, dico io. Altrimenti quanti ladri ci sono? (Genti, 8 anni, Albania)

Caro diario, oggi è bruttissimo essere in questa classe. Scommetto che se non ero albanese tutti sarebbero stati miei amici. Invece io adesso ho solo due amiche. (Sana, 11 anni, Albania)

Ci sono dei ragazzi italiani amici di mio padre che dicono: "Se ci sono troppi stranieri come te, questo non è più il nostro paese". Per me invece il paese è sempre uguale, perché i posti sono fermi, i paesi sono fermi. (Kumari, 9 anni, Pakistan)

Io ho i miei genitori che sono nati in Tunisia e io sono nata però in Italia, allora quale è la mia patria? Sempre l'Italia oppure è la Tunisia anche per me? Oppure tutte e due? Oppure nessuna patria? (Zahira, 11 anni, Tunisia)

Gli italiani per me sono abbastanza patriottici. I maschi, soprattutto. Perché quando c'è la Nazionale di calcio, se vince, loro vanno in giro per le strade con le macchine a fare casino con la bandiera dell'Italia perché ha vinto la partita. Una cosa che non ho capito è questa: e se perde? (Daniel, 11 anni, Albania)

I lavori più leggeri sono degli italiani perché sono arrivati prima in Italia. (Isham, 8 anni, Marocco)

I bambini non sono migrati in Italia, sono portati, perché li portano i loro genitori. Se era per me, io qui non ci venivo. (Sheela, 9 anni, Sri Lanka)

Certe volte io non capisco bene quella gente che dice tu sei albanese, tu sei indiano, tu sei italiano, tu sei rumeno. Cosa vuol dire? Io adesso sono qui, in Italia. (Damian, 10 anni, Romania)

I ragazzi italiani per me si credono i più furbi perché loro sono nati subito in Italia, hanno i genitori italiani, sono
stati fortunati, sono nati nel paese giusto. Perché hanno sempre il cellulare in mano. Perché hanno il piercing e i tatuaggi. Perché fumano già alle medie. Io non dico niente a loro, se loro sono felici a credersi furbi cosa posso dire io? (Nassor, 12 anni, Senegal)

In alcuni paesi dell'Italia secondo me ci sono le strade un po' sporche, poi c'è anche un po' di razzismo: lo sporco nei paesi più poveri, il razzismo nei paesi più ricchi. (Damian, 10 anni, Romania)

Io voglio dire al maestro che non voglio stare col banco vicino a lui tutto il mese perché io ho i miei amici preferiti. Io lo so che noi dobbiamo abituarci a stare con tutti, ma io posso avere le mie preferenze, no? Oppure non le posso avere? Non posso avere neanche un migliore amico? Io preferisco non stare col banco vicino a lui non perché è cinese, ma perché ci sono già stato tutto il mese scorso e lui sputa, calcia, mi fa cadere le matite, mi dà i pizzicotti. Anche se lui era italiano io non ci volevo stare. Poi io sono tunisino anche io, perciò in Italia posso essere razzista se lui è cinese? Non credo, perché siamo tutti e due stranieri. (Alì, 10 anni, Tunisia)

 I razzisti sono persone che non vogliono bene alle persone che vengono in Italia e non sono nate in Italia e allora gli dicono: "Torna a casa!". Poi loro si credono più intelligenti, ma non è vero. (Nabil, 9 anni, Marocco)

Se però tutta la gente che è morta risorge, ci sono case per tutti? (Fatima, 10 anni, Tunisia)

Secondo me i bambini, se non sapevano che erano nati tutti in paesi diversi, era più facile andare d'accordo. Anche da grandi. (Damian, 10 anni, Romania)

Se tu mi chiedi se io sto bene in Italia io non so rispondere perché non ho ancora capito se in Italia, i bambini italiani, dico, le donne, i signori, mi vogliono oppure no, perché delle volte mi sembra che mi vogliono e delle volte invece sento della gente che dice di andare via e mi guarda storto e allora se non mi vogliono io non posso stare molto bene. Se per caso tu vai in un altro posto e non sono contenti che sei anche tu in quel posto, tu dopo come stavi? Bene o male? Non lo sai. (Manuel, 8 anni, Filippine)

Ci sono italiani di molti tipi: alti, bassi, biondi, bravi, cattivi. Come i cinesi. Però loro sono un po' ignoranti, non lo sanno. Loro pensano che tutti i cinesi sono uguali perché non hanno viaggiato come me. (Tong, 9 anni, Cina)

A Santo Domingo la gente si picchia di più, i più grandi picchiano i più piccoli e anche i grandi tra loro, però sei anche più allegro che in Italia, più rilassato, ti sfoghi di più, puoi anche cantare di notte e non viene subito la polizia come qui, perché qui siete più tristi anche se nessuno vi picchia. (Roberto, 10 anni, Repubblica Dominicana)

In Italia sono diverso io, perché è naturale, in Italia quasi tutti i bambini sono italiani, ma se un bambino
italiano viene in vacanza in Marocco è diverso lui, perché là quasi tutti i bambini sono arabi, nelle scuole arabe non ci sono i bambini italiani, neanche svizzeri, neanche africani, allora io dico: "Noi siamo tutti uguali e diversi, dipende solo dove sei nato e dove vai a abitare!". (Omar, 9 anni, Marocco)

Io non capisco bene perché tanti bambini italiani prendono una zucca per Halloween se Halloween è una festa americana e non italiana. Allora perché non fanno anche la festa del Ramadan? Solo Halloween? Solo perché a scuola noi impariamo inglese? (Milena, 10 anni, Albania)