mercoledì 24 marzo 2010
Cambiamenti Blog
Il blog StraniCamaleonti ha deciso di trasformarsi in sito, con un nuovo blog interno. Presto avrete delle belle novità!
lunedì 22 marzo 2010
Fantasmi Dal Passato O Incubi Dal Presente?

Circola da qualche settimana in rete questo scritto di Elsa Morante.
"Il capo del Governo si macchiò ripetutamente durante la sua carriera di
delitti che, al cospetto di un popolo onesto, gli avrebbero meritato la
condanna, la vergogna e la privazione di ogni autorità di governo. Perché
il popolo tollerò e addirittura applaudì questi crimini? Una parte per
insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse e
tornaconto personale. La maggioranza si rendeva naturalmente conto delle
sue attività criminali, ma preferiva dare il suo voto al forte piuttosto
che al giusto. Purtroppo il popolo italiano, se deve scegliere tra il
dovere e il tornaconto, pur conoscendo quale sarebbe il suo dovere,
sceglie sempre il tornaconto.
Così un uomo mediocre, grossolano, di eloquenza volgare ma di facile
effetto, è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei. Presso un popolo
onesto, sarebbe stato tutt'al più il leader di un partito di modesto
seguito, un personaggio un po' ridicolo per le sue maniere, i suoi
atteggiamenti, le sue manie di grandezza, offensivo per il buon senso
della gente e causa del suo stile enfatico e impudico. In Italia è diventato il
"Il capo del Governo si macchiò ripetutamente durante la sua carriera di
delitti che, al cospetto di un popolo onesto, gli avrebbero meritato la
condanna, la vergogna e la privazione di ogni autorità di governo. Perché
il popolo tollerò e addirittura applaudì questi crimini? Una parte per
insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse e
tornaconto personale. La maggioranza si rendeva naturalmente conto delle
sue attività criminali, ma preferiva dare il suo voto al forte piuttosto
che al giusto. Purtroppo il popolo italiano, se deve scegliere tra il
dovere e il tornaconto, pur conoscendo quale sarebbe il suo dovere,
sceglie sempre il tornaconto.
Così un uomo mediocre, grossolano, di eloquenza volgare ma di facile
effetto, è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei. Presso un popolo
onesto, sarebbe stato tutt'al più il leader di un partito di modesto
seguito, un personaggio un po' ridicolo per le sue maniere, i suoi
atteggiamenti, le sue manie di grandezza, offensivo per il buon senso
della gente e causa del suo stile enfatico e impudico. In Italia è diventato il
capo del governo. Ed è difficile trovare un più completo esempio italiano.
Ammiratore della forza, venale, corruttibile e corrotto, cattolico senza
credere in Dio, presuntuoso, vanitoso, fintamente bonario, buon padre di
famiglia ma con numerose amanti, si serve di coloro che disprezza, si
circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, di profittatori; mimo
abile, e tale da fare effetto su un pubblico volgare, ma, come ogni mimo, senza
un proprio carattere, si immagina sempre di essere il personaggio che vuole
rappresentare."
Il testo, del 1945, si riferisce, naturalmente, a B. Mussolini.
Ammiratore della forza, venale, corruttibile e corrotto, cattolico senza
credere in Dio, presuntuoso, vanitoso, fintamente bonario, buon padre di
famiglia ma con numerose amanti, si serve di coloro che disprezza, si
circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, di profittatori; mimo
abile, e tale da fare effetto su un pubblico volgare, ma, come ogni mimo, senza
un proprio carattere, si immagina sempre di essere il personaggio che vuole
rappresentare."
Il testo, del 1945, si riferisce, naturalmente, a B. Mussolini.
martedì 9 marzo 2010
Memorie dal Giappone - una domenica a Tokyo ~ prima parte
Ecco, ci siamo. Stiamo per partire. Quante volte avrò corso la Roma-Ostia? Boh, tante. Sarà ma oggi mica mi sento un granché bene. Con quest’allergia, da quando mi sono svegliato alle 6, avrò fatto un centinaio di starnuti. Mi prudono gli occhi e il naso, non respiro per niente bene, e se le gambe mi diventano di marmo come l’ultima volta, ma chi ce la fa a fare 21 chilometri? Se la finisco sotto l’ora e 40, mi sarà andata di lusso. Paolo vuole partire a 4 e 10, ma a quella velocità faccio al massimo 10 chilometri e poi schianto. Ecco, lo sparo, si parte. Imboccallupo, imboccallupo. Acci quanta gente, pochi metri e già Paolo me lo sono perso. Scusate, permesso, scusate!... Ma questi qui vanno a due all’ora e proprio tutti davanti me li devo ritrovare? Si, si, scusa, stavo per farti cadere, mica l’ho fatto apposta, devo raggiungere il mio amico. Eh, mi sa che non ce la faccio a raggiungerlo. Cavolo, ma dopo 300 metri, già una salita? Ma c’era l’anno scorso? Ci sarà stata si, la Colombo è sempre quella. Ecco, primo chilometro… acc!..., 4 e 16! Sto andando troppo forte. E già mi fa male una gamba. Che muscolo è quello?... ah, si, il tibiale anteriore… se mi fa male così già alla partenza, andiamo bene. E il pacemaker dell’ora e 35, già mi sta seminando. Mi pare vada sempre più forte. O forse rallento io. Ecco il secondo chilometro… 4 e 31! Che rallentamento… me lo sentivo. Ora comincia il calvario, andrò sempre peggio, e ‘ste gambe me le sento già di legno. C’è poco da fare, inutile stare a pensare a tutti i dolori che sento. Ce ne saranno sempre di più. Ste, prova a pensare a qualcos’altro, e forse i 19 chilometri che mancano passeranno. Magari passeranno più veloci, e i dolori spariranno. Pensa a qualcos’altro. Fai viaggiare la mente.
E’ una bella domenica di sole a Shin-Sayama. Mi sto abituando alla suoneria del cellulare di Angeli che ci sveglia al mattino, una voce femminile intona una dolce melodia in una lingua sconosciuta che rende il risveglio più piacevole. L’aria è frizzante, il cielo limpido.
Mi affaccio al balcone, i binari della ferrovia Seibu-Shinjuku scintillano sotto i raggi del sole invernale. La campanella del passaggio a livello inizia a suonare, le sbarre si abbassano e dopo poco appare il treno per Tokyo. Visto che passa più o meno un treno ogni 5 minuti, dalle 5 di mattina a mezzanotte, mi chiedo quante volte le sbarre si alzano e si abbassano in un giorno. Ma sicuramente il passaggio a livello giapponese sarà sempre perfettamente funzionante, così come la campanella che annuncia il treno.

Abbiamo dinanzi una lunga giornata! Angeli ha contattato alcuni suoi amici, in serata andremo in discoteca a Shibuya, ed è inutile uscire presto di casa, meglio andare a Tokyo nel primo pomeriggio e poi farci tutta una tirata. Angeli ne approfitta per fare le pulizia di casa, mentre io mi sistemo davanti la tv, e mi vedo Bullit in dvd, con Steve Mc Queen in gran forma.
Che fatica. Meno male, il quinto chilometro. Lo chiudo in 4’ e 17”, un po’ sto riprendendo il passo. Vabbe’, facile, è in discesa. Ecco il rifornimento, ma già so cosa ci verrà subito dopo: curvone a destra, un po’ di rettilineo, curva a sinistra, e poi inizia la salita maledetta, un chilometro di fila di pura sofferenza. Ma non ci pensiamo. Torniamo in Giappone.
Prendiamo l’automobile. Angeli ha l’auto, ma non la usa mai per andare a Tokyo, solo per girare per Shin-sayama e dintorni. L’hinterland giapponese mi ricorda molto il tessuto urbano di alcuni centri abitati degli Stati Uniti, visti durante il viaggio sulla Route 66. Lunghe e ampie vie stradali su cui si affacciano grandi megastore, ristoranti e fast food, stazioni di servizio.
Angeli fa spesso tardi al lavoro, se non ha voglia di fermarsi a Tokyo torna a casa con il treno, prende l’auto e va a cenare in uno di questi ristoranti. Per il nostro pranzo, ne sceglie uno che, come aspetto e per la sua posizione, potrebbe trovarsi benissimo lungo una highway americana. Un ampio parcheggio circonda una costruzione in legno, stile vecchio west. Dentro l’ambiente è ancora più kitch, tavoli e panche in stile rustico; il menù propone hamburger, e tutto sembra fatto per evocare al nipponico il mito dei telefilm americani un po’ on the road, tipo Hazzard. Scelgo un hamburger all’ananas e un succo di mango.
Uff!... che fatica. Sta salita ogni volta è un inferno. E il pacemaker non lo vedo nemmeno più, all’orizzonte. Settimo chilometro, 4 e 43. Pensavo peggio. Ma mica è finita. Certo che ‘ste gambe ormai so’ diventate de legno. Ma dov’ero arrivato? Ah, si, il pomeriggio a Tokyo.
In fondo alla highway, la monotonia del paesaggio urbano viene spezzata dal cono sinistro ed inconfondibile del monte Fuji. Dovrebbe essere lontano un centinaio di chilometri, eppure la sua sagoma scura è l’unica cosa che spezza il soleggiato panorama che ci circonda.
Lasciamo l’automobile, e ci avviamo verso Tokyo in treno. Anche oggi lascio carta bianca alla mia guida, e lei mi propone di andare al Planetarium alla Sunshine City di Ikebukuro.
Ikebukuro è un altro quartiere molto frequentato dai giapponesi nei giorni di festa, a giudicare dalla folla oceanica in giro. Anche qui, luci e suoni dappertutto. La Sunshine City è un enorme centro commerciale e culturale, dominato da un grattacielo imponente; con non poche difficoltà Angeli riesce ad arrivare al Planetarium, all’ennesimo piano della Sunshine City. Da forestiero assolutamente smarrito, trovo particolarmente divertenti, i tabelloni
che forniscono la planimetria del luogo per aiutare nell’orientamento, dove l’unica parola in inglese è “information”, e tutto il resto è per me incomprensibile. Angeli appare particolarmente entusiasta; quello offerto dal planetarium è uno dei suoi spettacoli preferiti, non ne vede uno da un po’ di tempo e ribadisce il suo entusiasmo con un paio di “I’m so excited!!!”. E in effetti lo spettacolo è di sicuro impatto emotivo, nonostante le poltrone reclinabili siano molto comode riesco pure a non addormentarmi e a rimanere meravigliato con il naso all’insù per tutta la durata dello spettacolo, affascinato dalla visione di aurore boreali e costellazioni, accompagnata dalla calda voce di una cantante locale di grande successo. 
Così come i molti giapponesi presenti, usciamo soddisfatti dallo spettacolo, e da lì Angeli mi conduce prima in un negozio di manga e anime , e quindi in una sala giochi.
La salita è finita, ma ora c’è il falso piano che dura un altro chilometro…. e ancora non siamo nemmeno a metà gara… e me la sto facendo tutta da solo, il pacemaker ormai sarà arrivato a Ostia… ma chi è che mi si affianca?... hey, Andrea, hai un bel passo, come va? Se mi tiri, proviamo insieme a raggiungere il pacemaker, che ne dici?
Il negozio di manga si sviluppa su 3 piani, ed è soprattutto quello dei gadget il più interessante. Ne esistono di tutti i tipi, e di molti mi sfugge anche lo scopo, che probabilmente è solo decorativo. Molto belli sono anche i costumi degli eroi dei manga, che deduco essere – dalle taglie – destinati a bambini dai 5 ai 60 anni, come minimo. Sono tentato di prenderne uno da Sailor Moon o da Goku, e andarci in giro per l’Alberone, così, tanto per vedere l’effetto che fa. Accantono la malsana idea, e ripiego su un paio di Gundam da regalare ai miei nipoti. Particolare è il reparto dedicato ai fumetti ~ ne visiterò molti altri, di manga shop ~ dove molti lettori sfogliano avidamente e in totale immersione i tanti fumetti che il luogo offre. Nessuno comunica con l’esterno, tutti sembrano completamente rapiti dalla storia che stanno leggendo ~ si leggono al contrario, peraltro, rispetto alle nostre abitudini di lettura: è come se cominciassero dall’ultima pagina.
Le sale giochi sono un concentrato di tutto ciò che offre Tokyo, talmente elevata è la sarabanda di suoni luci e colori da rischiare di uscirne fuori completamente ebbri. Non sono mai stato un appassionato di videogiochi e mi chiedo se quelli che vedo qui siano degli inediti per il nostro paese oppure no. Di sicuro da noi non ricordo posti con un simile frastuono. Angeli mi ha portato qui per farmi conoscere una particolarità giapponese: la purikura (l’accento va sulla “i”). Cos’è, chiederete. In breve: è una cabina per fare foto automatiche ~ e fin qui niente di nuovo, le abbiamo pure in Italia. Però l’approccio è sicuramente ludico – e infatti stanno nelle sale giochi: nelle purikura si sta in piedi, per potersi permettere le pose più spiritose ed ardite; e le foto si fanno in genere in due persone, come minimo, ma prima di noi entrano nella cabina anche gruppetti più nutriti, 5 o 6 giapponesi tutti insieme. Una volta terminati gli scatti – almeno 6 – si esce, e le foto appaiono su un monitor interattivo; si scelgono le migliori, quindi una speciale penna elettronica ci permette di aggiungere alle immagini una serie di effetti speciali: scritte, colori, stelline, cuoricini. Una volta terminata la decorazione, la macchina stampa le foto, di piccole dimensioni ed adesive, atte ad essere incollate su cellulari, quaderni, diari, ecc. Il risultato è sorprendente:la macchina ti fa apparire il più bello possibile: sia io che Angeli sembriamo usciti fuori da un manga, i nostri volti luminosi, lei con i lunghi capelli lisci e gli occhi minuti da orientale ~ tipo Candy Candy che arrossiva quando incontrava Terence ~ ed io con due occhioni da cerbiatto che capisco essere fonte di invidia per molti, qui in Giappone ~ almeno a giudicare dalle foto delle modelle esposte all’esterno della macchina. Anche Angeli rimane colpita dai miei occhi, “you look like animation”, commenta.
Credo di inizio a capire un po’ questi giapponesi, che nei loro svaghi del finesettimana mi appaiono tutti come dei gran bambinoni. Appassionati di immagini, luci, colori, suoni, affidano al sogno tecnologico la possibilità di veicolare le loro emozioni e di realizzare la loro felicità. Sotto forma di una foto adesiva tutta colorata da appiccicare al telefonino. Che in effetti, un po’ più felice mi ha reso.
Uff!, ma quanto corre Andrea… l’ultimo km lo abbiamo fatto a 4’ e 10”, continuo così e scoppio. Ma ormai gliel’ho detto, di tirarmi, devo resistere almeno un altro po’. Calasse il vento, almeno. Invece qui si va di bolina. Ormai ho il ginocchio in fiamme, e comincia a farmi male pure la schiena. Ma non ero più felice a Tokyo, a disegnarmi i cuoricini sulla purikura insieme ad Angeli?
to be continued...
E’ una bella domenica di sole a Shin-Sayama. Mi sto abituando alla suoneria del cellulare di Angeli che ci sveglia al mattino, una voce femminile intona una dolce melodia in una lingua sconosciuta che rende il risveglio più piacevole. L’aria è frizzante, il cielo limpido.
Mi affaccio al balcone, i binari della ferrovia Seibu-Shinjuku scintillano sotto i raggi del sole invernale. La campanella del passaggio a livello inizia a suonare, le sbarre si abbassano e dopo poco appare il treno per Tokyo. Visto che passa più o meno un treno ogni 5 minuti, dalle 5 di mattina a mezzanotte, mi chiedo quante volte le sbarre si alzano e si abbassano in un giorno. Ma sicuramente il passaggio a livello giapponese sarà sempre perfettamente funzionante, così come la campanella che annuncia il treno.
Abbiamo dinanzi una lunga giornata! Angeli ha contattato alcuni suoi amici, in serata andremo in discoteca a Shibuya, ed è inutile uscire presto di casa, meglio andare a Tokyo nel primo pomeriggio e poi farci tutta una tirata. Angeli ne approfitta per fare le pulizia di casa, mentre io mi sistemo davanti la tv, e mi vedo Bullit in dvd, con Steve Mc Queen in gran forma.
Che fatica. Meno male, il quinto chilometro. Lo chiudo in 4’ e 17”, un po’ sto riprendendo il passo. Vabbe’, facile, è in discesa. Ecco il rifornimento, ma già so cosa ci verrà subito dopo: curvone a destra, un po’ di rettilineo, curva a sinistra, e poi inizia la salita maledetta, un chilometro di fila di pura sofferenza. Ma non ci pensiamo. Torniamo in Giappone.
Prendiamo l’automobile. Angeli ha l’auto, ma non la usa mai per andare a Tokyo, solo per girare per Shin-sayama e dintorni. L’hinterland giapponese mi ricorda molto il tessuto urbano di alcuni centri abitati degli Stati Uniti, visti durante il viaggio sulla Route 66. Lunghe e ampie vie stradali su cui si affacciano grandi megastore, ristoranti e fast food, stazioni di servizio.
Angeli fa spesso tardi al lavoro, se non ha voglia di fermarsi a Tokyo torna a casa con il treno, prende l’auto e va a cenare in uno di questi ristoranti. Per il nostro pranzo, ne sceglie uno che, come aspetto e per la sua posizione, potrebbe trovarsi benissimo lungo una highway americana. Un ampio parcheggio circonda una costruzione in legno, stile vecchio west. Dentro l’ambiente è ancora più kitch, tavoli e panche in stile rustico; il menù propone hamburger, e tutto sembra fatto per evocare al nipponico il mito dei telefilm americani un po’ on the road, tipo Hazzard. Scelgo un hamburger all’ananas e un succo di mango.Uff!... che fatica. Sta salita ogni volta è un inferno. E il pacemaker non lo vedo nemmeno più, all’orizzonte. Settimo chilometro, 4 e 43. Pensavo peggio. Ma mica è finita. Certo che ‘ste gambe ormai so’ diventate de legno. Ma dov’ero arrivato? Ah, si, il pomeriggio a Tokyo.
In fondo alla highway, la monotonia del paesaggio urbano viene spezzata dal cono sinistro ed inconfondibile del monte Fuji. Dovrebbe essere lontano un centinaio di chilometri, eppure la sua sagoma scura è l’unica cosa che spezza il soleggiato panorama che ci circonda.
Lasciamo l’automobile, e ci avviamo verso Tokyo in treno. Anche oggi lascio carta bianca alla mia guida, e lei mi propone di andare al Planetarium alla Sunshine City di Ikebukuro. Ikebukuro è un altro quartiere molto frequentato dai giapponesi nei giorni di festa, a giudicare dalla folla oceanica in giro. Anche qui, luci e suoni dappertutto. La Sunshine City è un enorme centro commerciale e culturale, dominato da un grattacielo imponente; con non poche difficoltà Angeli riesce ad arrivare al Planetarium, all’ennesimo piano della Sunshine City. Da forestiero assolutamente smarrito, trovo particolarmente divertenti, i tabelloni
che forniscono la planimetria del luogo per aiutare nell’orientamento, dove l’unica parola in inglese è “information”, e tutto il resto è per me incomprensibile. Angeli appare particolarmente entusiasta; quello offerto dal planetarium è uno dei suoi spettacoli preferiti, non ne vede uno da un po’ di tempo e ribadisce il suo entusiasmo con un paio di “I’m so excited!!!”. E in effetti lo spettacolo è di sicuro impatto emotivo, nonostante le poltrone reclinabili siano molto comode riesco pure a non addormentarmi e a rimanere meravigliato con il naso all’insù per tutta la durata dello spettacolo, affascinato dalla visione di aurore boreali e costellazioni, accompagnata dalla calda voce di una cantante locale di grande successo. 
Così come i molti giapponesi presenti, usciamo soddisfatti dallo spettacolo, e da lì Angeli mi conduce prima in un negozio di manga e anime , e quindi in una sala giochi.
La salita è finita, ma ora c’è il falso piano che dura un altro chilometro…. e ancora non siamo nemmeno a metà gara… e me la sto facendo tutta da solo, il pacemaker ormai sarà arrivato a Ostia… ma chi è che mi si affianca?... hey, Andrea, hai un bel passo, come va? Se mi tiri, proviamo insieme a raggiungere il pacemaker, che ne dici?
Il negozio di manga si sviluppa su 3 piani, ed è soprattutto quello dei gadget il più interessante. Ne esistono di tutti i tipi, e di molti mi sfugge anche lo scopo, che probabilmente è solo decorativo. Molto belli sono anche i costumi degli eroi dei manga, che deduco essere – dalle taglie – destinati a bambini dai 5 ai 60 anni, come minimo. Sono tentato di prenderne uno da Sailor Moon o da Goku, e andarci in giro per l’Alberone, così, tanto per vedere l’effetto che fa. Accantono la malsana idea, e ripiego su un paio di Gundam da regalare ai miei nipoti. Particolare è il reparto dedicato ai fumetti ~ ne visiterò molti altri, di manga shop ~ dove molti lettori sfogliano avidamente e in totale immersione i tanti fumetti che il luogo offre. Nessuno comunica con l’esterno, tutti sembrano completamente rapiti dalla storia che stanno leggendo ~ si leggono al contrario, peraltro, rispetto alle nostre abitudini di lettura: è come se cominciassero dall’ultima pagina.

Le sale giochi sono un concentrato di tutto ciò che offre Tokyo, talmente elevata è la sarabanda di suoni luci e colori da rischiare di uscirne fuori completamente ebbri. Non sono mai stato un appassionato di videogiochi e mi chiedo se quelli che vedo qui siano degli inediti per il nostro paese oppure no. Di sicuro da noi non ricordo posti con un simile frastuono. Angeli mi ha portato qui per farmi conoscere una particolarità giapponese: la purikura (l’accento va sulla “i”). Cos’è, chiederete. In breve: è una cabina per fare foto automatiche ~ e fin qui niente di nuovo, le abbiamo pure in Italia. Però l’approccio è sicuramente ludico – e infatti stanno nelle sale giochi: nelle purikura si sta in piedi, per potersi permettere le pose più spiritose ed ardite; e le foto si fanno in genere in due persone, come minimo, ma prima di noi entrano nella cabina anche gruppetti più nutriti, 5 o 6 giapponesi tutti insieme. Una volta terminati gli scatti – almeno 6 – si esce, e le foto appaiono su un monitor interattivo; si scelgono le migliori, quindi una speciale penna elettronica ci permette di aggiungere alle immagini una serie di effetti speciali: scritte, colori, stelline, cuoricini. Una volta terminata la decorazione, la macchina stampa le foto, di piccole dimensioni ed adesive, atte ad essere incollate su cellulari, quaderni, diari, ecc. Il risultato è sorprendente:la macchina ti fa apparire il più bello possibile: sia io che Angeli sembriamo usciti fuori da un manga, i nostri volti luminosi, lei con i lunghi capelli lisci e gli occhi minuti da orientale ~ tipo Candy Candy che arrossiva quando incontrava Terence ~ ed io con due occhioni da cerbiatto che capisco essere fonte di invidia per molti, qui in Giappone ~ almeno a giudicare dalle foto delle modelle esposte all’esterno della macchina. Anche Angeli rimane colpita dai miei occhi, “you look like animation”, commenta.

Credo di inizio a capire un po’ questi giapponesi, che nei loro svaghi del finesettimana mi appaiono tutti come dei gran bambinoni. Appassionati di immagini, luci, colori, suoni, affidano al sogno tecnologico la possibilità di veicolare le loro emozioni e di realizzare la loro felicità. Sotto forma di una foto adesiva tutta colorata da appiccicare al telefonino. Che in effetti, un po’ più felice mi ha reso.
Uff!, ma quanto corre Andrea… l’ultimo km lo abbiamo fatto a 4’ e 10”, continuo così e scoppio. Ma ormai gliel’ho detto, di tirarmi, devo resistere almeno un altro po’. Calasse il vento, almeno. Invece qui si va di bolina. Ormai ho il ginocchio in fiamme, e comincia a farmi male pure la schiena. Ma non ero più felice a Tokyo, a disegnarmi i cuoricini sulla purikura insieme ad Angeli?
to be continued...
martedì 23 febbraio 2010
Memorie dal Giappone - quarta puntata
Buondi a tutti i lettori, apro la puntata parlandovi della mia recente visione del film “Il riccio”; mi è piaciuto molto ed invito a vederlo chi ancora non lo abbia fatto. 
Una scena divertente è quella in cui la portinaia Renée, invitata a cena dal nuovo inquilino giapponese,che si è arredato la casa allo stile orientale, si avventura nella toilette provando la difficoltà e la meraviglia che vi ho illustrato nella puntata precedente. A cena, inoltre, i protagonisti non mangiano sushi ~ tanto per smentire ‘sto luogo comune che i giapponesi mangiano solo pesce crudo ~ ma lui le cucina un ramen, la zuppa con i vermicelli che tradizione vuole che si mangi in modo molto rumoroso ~ di fatti, è l’unico suono che ci si poteva permettere nel fast food da single descritto qualche puntata fa. Per concludere il discorso sulla toilette giapponese, è molto carino il modo in cui i giapponesi lasciano la carta igienica pronta per il prossimo utilizzatore, ma il come non ve lo dico; andate in Giappone se vi volete togliere la curiosità, oppure a casa mia, visto che ho preso anch’io tale abitudine.
Nel frattempo, dalla Mongolia ricevo e volentieri vi pubblico questa bella foto, che contribuisce ad alimentare il mio immaginario su quella terra tanto esotica. Certo che in una landa sterminata così, una galoppata a cavallo ci sta tutta; ma a scanso di equivoci, ricevo anche quest altra testimonianza che conferma che in Mongolia si va in automobile ~ anzi, in gippone.
Chissà se un giorno Angeli mi si offrirà come guida anche per la Mongolia, nel frattempo vi parlo del primo sabato passato a Tokyo, e del tour proposto dalla mia “Asian personal guide”. Le lascio infatti carta bianca: accantono la Lonely Planet e mi affido a lei, chiedendole di farmi passare un sabato in giro per la città così come lo passerebbe un indigeno. Partiamo da casa con relativa tranquillità, e si arriva in città a mattino già inoltrato. Prima tappa, Ueno. E’ un quartiere molto diverso da quelli già visti (Shinjuku, Ginza), niente grattacieli e luci al neon, ma parchi, musei e famigliole a passeggio, incentivati dal cielo terso e dall’aria frizzante.
Avendo fatto una colazione frugale ~ scopro poi che è la normalità per Angeli, chissà se solo per lei ~ optiamo per un pranzo di mezzogiorno;
il ristorante è al primo piano - anzi, al secondo, in Giappone il primo piano è il pianterreno – di un edificio che intuisco essere un museo o un luogo di mostre o congressi, ed è molto elegante; il servizio è estremamente cortese e siamo di gran lunga i più giovani in sala ~ anzi, lei di gran lunga, io un po’ meno. In realtà Ueno è proprio un posto per età più avanzate, non si vedono in giro quelle belle ragazze provocanti che affollano Shinjuku e dintorni. Il parco adiacente è pieno di famigliole o coppiette a spasso, e Angeli mi spiega che è uno dei posti più belli per ammirare la fioritura dei ciliegi in primavera. Questo della fioritura è un vero rituale, in Giappone; è attesa con trepidazione, e si fanno le previsioni sulla data di fioritura alle diverse latitudini del paese. Mi ricorda un po’ mio padre, e la sua attesa primaverile per l’arrivo delle rondini, e mi duole un po’ per questa tradizione che ho pensato bene di non farmi tramandare, ma mi ricorsolo pensando che, essendo sparite le mezze stagioni, le rondini ormai vanno e vengono quando gli pare a loro. Mi sazio con una strana omelette farcita di riso, a cui segue la visita allo Zoo di Ueno, e mi torna in mente il periodo in cui vissi a Helsinki, anni fa, e di quel sabato in cui la mia ragazza di allora, la sempre presente Anu, mi portò a visitare lo zoo di Korkeasaari.

Gli zoo di tutto il mondo si assomigliano, i poveri animali in gabbia mi guardano fare lo scemo con sguardi di commiserazione, e un gorilla se la prende a male per un flash sparatogli negli occhi.
Ce ne andiamo, non senza aver prima acquistato un bradipo di peluche che ora fa bella mostra di sé sul mio frigorifero, ed aver adempiuto ad un’usanza diffusa, quella del timbro; ogni posto degno di visita, in Giappone, ha un suo timbro ricordo che puoi apporre dove meglio credi, come souvenir. 
Guidati dal suo fido i-phone, ci spostiamo rapidamente in metro verso lo storico quartiere di Asakusa ~ nel giapponese parlato la u non si pronuncia, perciò dicono “Asaksa”, anche negli annunci sotto il metrò. Appena usciti dalla stazione, ci si para dinanzi un tizio vestito in abiti tradizionali, chissà perché ha capito che sono un turista. E’ una guida che si offre per un giro in risciò del quartiere ,
Angeli pare entusiasta all’idea ed io decido di fare lo splendido e offro il giro (10.000 yen, mica pifferi). La guida parla bene inglese, oltre ad essere in discreta forma fisica: tira la carrozzella, dove ci sistemiamo sotto una calda copertina, con grande vigoria. Mi chiede da dove venga, e alla mia risposta rilancia affermando di avere una “italian girlfriend” (?), degli Abbruzzi, sostiene (“Ah. Anche io, fino a poco fa” – sospetto che sia una messinscena accuratamente preparata). Il quartiere, apparentemente risparmiato dalla furia dei bombardamenti americani, è carino e pittoresco; la sua maggiore attrazione è il tempio di Sensō-ji ,
affollato all’inverosimile, e che mi conferma che tutto sommato altri popoli hanno un approccio alla loro religione apparentemente più gaio e felice di quella a cui io sono abituato. La guida mi spiega inoltre che il 60% dei giapponesi è scintoista mentre un altro 60% è buddista; infatti, una religione non esclude l’altra, e ognuna di loro soddisfa un’esigenza particolare. Penso che non sarei in grado, in ogni caso, di tifare per la Roma e per un’altra squadra contemporaneamente, e mi rincuoro affidandomi al mio sano monoteismo. 
Asakusa è anche lo storico quartiere dei teatri di Tokyo, tutti i maggiori attori e registi giapponesi hanno mosso lì i primi passi; pare che gli attori, a inizio carriera, siano costretti a cimentarsi con il teatro erotico, forma d’arte molto apprezzata; rimango sorpreso, immagino sia qualcosa tipo le nostre commedie anni ’70 con Renzo Montagnani. Mi mostra la strada con le impronte delle mani di famosi attori e cineasti giapponesi, e stavolta è lui a rimanere sbalordito davanti alla mia conoscenza di Takeshi Kitano (“Zatoichi, Hana-bi), Toshiro Mifune e addirittura Akira Kurosawa (“the seven samurai”).
Anche ad Asakusa, faccio la mia porca figura.
Il tipo si congeda dopo un’ora di giro, è l’imbrunire; io gli faccio dono di una cioccolata acquistata all’aeroporto alla partenza ~ avevo letto che è cosa apprezzata fare un dono ai giapponesi che si mostrano particolarmente cortesi con lo straniero ~ e lui ci consiglia un ristorante dietro l’angolo dove presentarci a suo nome ~ in Giappone la raccomandazione, o presentazione, è di vitale importanza.
E’ uno di quei posti che da solo non sarei mai stato in grado di trovare;
prendiamo l’ascensore direttamente dalla strada, e al sesto piano una donna ci riceve con un profondo inchino e ci invita a togliere la scarpe mentre siamo ancora nell’ascensore. Il ristorante è di grande atmosfera, colori tenui e bambù dappertutto; Angeli ha carta bianca per le ordinazioni, e alla fine esce fuori una discreta cena ~ sono le 6 del pomeriggio, ma il pranzo è stato già digerito da tempo. Soprattutto il tonno con l’avocado non è per niente male.
Il dolce invece è proprio strano, ci sono dentro i fagioli rossi e una strana gelatina a cubetti.
Dove si va per digerire, il sabato sera a Tokyo? Sulle montagne russe, nella Tokyo Dome City, vicino allo stadio di baseball al coperto. Il parco dei divertimenti è piccolino, ma è tutto un trionfo di luci colorate,
e le montagne russe, viste da sotto, sono veramente impressionanti; addirittura passano attraverso un buco in un palazzo di fronte. Il rituale prima della partenza dell’inquietante trenino mi ricorda un po’ quello dei kamikaze prima dell’ultimo volo, visto in molti film di guerra; tutti alzano il pugno in aria urlando grida di battaglia, così almeno li percepisco. Evidentemente è un modo per esorcizzare il terrore, lo stesso che mi attanaglia le viscere appena il trenino parte, ed in pochi secondi mi porta ad un’altezza ragguardevole. Appena mi sento precipitare verso l’orrido, chiudo gli occhi, ed urlo ininterrottamente per tutta la durata del tragitto. Li riapro solo all’arrivo, scopro di aver fatto un paio di giri a testa in giù, e vedo Angeli al mio fianco tutta sghignazzante. Non credo di aver fatto colpo su di lei nemmeno in questa occasione.
Evidentemente appaio molto provato, e Angeli mi suggerisce di andarsi a rilassare all’Onsen, le terme che si trovano nel palazzo di fronte. Sicuramente un luogo dove mi sentirò molto più a mio agio.
Le terme sono proprio belle, non c’è che dire, peccato che gli ambienti siano separati, uomini e donne; ma visitare le terme giapponesi era un mio desiderio da tempo. Sono l’unico forestiero, ma non mi sento per niente osservato ~ la discrezione nipponica, evidentemente.
Un avviso in inglese mi ricorda che è vietato l’ingresso a chi esibisce tatuaggi; troverò tale ammonimento anche in altre onsen, ma per fortuna io non ho mai ceduto alla tentazione di farmi marchiare la pelle come un bovino, rovinando così un’opera d’arte donatami dalla natura. Ci sono vasche a diversa temperatura, una con acqua ferrosa; due saune, la più piccola raggiunge temperature da inferno dantesco, la più grande è invece più rilassante, con tanto di tv grande quanto uno schermo cinematografico. Ma la parte più interessante è il settore della pulizia personale; sono tante postazioni individuali, dove ci si siede su uno sgabellino ~ nudi, evidentemente ~ di fronte ad uno specchio con una doccia appesa in un angolo. Davanti a me trovo shampoo, bagno schiuma, balsamo, rasoio (ne approfitto per darmi una depilata, di fatti sono l’unico irsuto in quel luogo) e spazzolino da denti (“certo che potevano mettere pure il dentifricio… ah, ma le setole sono già indentifriciate! “). Il momento dell’igiene personale è veramente intimo e rilassante; scoprirò poi che negli spogliatoi ci sono altre postazioni dove trovo phon, creme per il corpo, per il viso, dopobarba, gel per capelli. Il tutto per 2500 yen, aperto 24 ore su 24. 
Immagino già i commenti e gli interrogativi di qualcuno di voi, su un italiano che vaga per uno stabilimento termale giapponese; senza falsa modestia, già anni prima mi resi famoso in una sauna scandinava come “il campanaccio di Helsinki”, e anche a Tokyo ho avuto modo di confermare la mia fama ed aggiornare il mio soprannome, facendo bella figura presso i nipponici ~ e voi direte: ce vole poco. Va be’, peccato, appunto, che gli ambienti fossero separati, ma tant’è.
Con Angeli, ci incontriamo ormai vestiti presso la terrazza dell’edificio. Terme e rollercoaster ci hanno nuovamente messo fame: concludiamo la serata mangiando il ramen nel posto che vi ho descritto alcune puntate fa.
Rientriamo a Shin-Sayama; il giorno dopo è domenica, ed il lunedì seguente è un festivo, ragion per cui, domani sera, si faranno le ore piccole in una discoteca di Shibuya.

Una scena divertente è quella in cui la portinaia Renée, invitata a cena dal nuovo inquilino giapponese,che si è arredato la casa allo stile orientale, si avventura nella toilette provando la difficoltà e la meraviglia che vi ho illustrato nella puntata precedente. A cena, inoltre, i protagonisti non mangiano sushi ~ tanto per smentire ‘sto luogo comune che i giapponesi mangiano solo pesce crudo ~ ma lui le cucina un ramen, la zuppa con i vermicelli che tradizione vuole che si mangi in modo molto rumoroso ~ di fatti, è l’unico suono che ci si poteva permettere nel fast food da single descritto qualche puntata fa. Per concludere il discorso sulla toilette giapponese, è molto carino il modo in cui i giapponesi lasciano la carta igienica pronta per il prossimo utilizzatore, ma il come non ve lo dico; andate in Giappone se vi volete togliere la curiosità, oppure a casa mia, visto che ho preso anch’io tale abitudine.
Nel frattempo, dalla Mongolia ricevo e volentieri vi pubblico questa bella foto, che contribuisce ad alimentare il mio immaginario su quella terra tanto esotica. Certo che in una landa sterminata così, una galoppata a cavallo ci sta tutta; ma a scanso di equivoci, ricevo anche quest altra testimonianza che conferma che in Mongolia si va in automobile ~ anzi, in gippone.
Avendo fatto una colazione frugale ~ scopro poi che è la normalità per Angeli, chissà se solo per lei ~ optiamo per un pranzo di mezzogiorno;
il ristorante è al primo piano - anzi, al secondo, in Giappone il primo piano è il pianterreno – di un edificio che intuisco essere un museo o un luogo di mostre o congressi, ed è molto elegante; il servizio è estremamente cortese e siamo di gran lunga i più giovani in sala ~ anzi, lei di gran lunga, io un po’ meno. In realtà Ueno è proprio un posto per età più avanzate, non si vedono in giro quelle belle ragazze provocanti che affollano Shinjuku e dintorni. Il parco adiacente è pieno di famigliole o coppiette a spasso, e Angeli mi spiega che è uno dei posti più belli per ammirare la fioritura dei ciliegi in primavera. Questo della fioritura è un vero rituale, in Giappone; è attesa con trepidazione, e si fanno le previsioni sulla data di fioritura alle diverse latitudini del paese. Mi ricorda un po’ mio padre, e la sua attesa primaverile per l’arrivo delle rondini, e mi duole un po’ per questa tradizione che ho pensato bene di non farmi tramandare, ma mi ricorsolo pensando che, essendo sparite le mezze stagioni, le rondini ormai vanno e vengono quando gli pare a loro. Mi sazio con una strana omelette farcita di riso, a cui segue la visita allo Zoo di Ueno, e mi torna in mente il periodo in cui vissi a Helsinki, anni fa, e di quel sabato in cui la mia ragazza di allora, la sempre presente Anu, mi portò a visitare lo zoo di Korkeasaari. 
Gli zoo di tutto il mondo si assomigliano, i poveri animali in gabbia mi guardano fare lo scemo con sguardi di commiserazione, e un gorilla se la prende a male per un flash sparatogli negli occhi.
Ce ne andiamo, non senza aver prima acquistato un bradipo di peluche che ora fa bella mostra di sé sul mio frigorifero, ed aver adempiuto ad un’usanza diffusa, quella del timbro; ogni posto degno di visita, in Giappone, ha un suo timbro ricordo che puoi apporre dove meglio credi, come souvenir. 
Guidati dal suo fido i-phone, ci spostiamo rapidamente in metro verso lo storico quartiere di Asakusa ~ nel giapponese parlato la u non si pronuncia, perciò dicono “Asaksa”, anche negli annunci sotto il metrò. Appena usciti dalla stazione, ci si para dinanzi un tizio vestito in abiti tradizionali, chissà perché ha capito che sono un turista. E’ una guida che si offre per un giro in risciò del quartiere ,
Angeli pare entusiasta all’idea ed io decido di fare lo splendido e offro il giro (10.000 yen, mica pifferi). La guida parla bene inglese, oltre ad essere in discreta forma fisica: tira la carrozzella, dove ci sistemiamo sotto una calda copertina, con grande vigoria. Mi chiede da dove venga, e alla mia risposta rilancia affermando di avere una “italian girlfriend” (?), degli Abbruzzi, sostiene (“Ah. Anche io, fino a poco fa” – sospetto che sia una messinscena accuratamente preparata). Il quartiere, apparentemente risparmiato dalla furia dei bombardamenti americani, è carino e pittoresco; la sua maggiore attrazione è il tempio di Sensō-ji ,
affollato all’inverosimile, e che mi conferma che tutto sommato altri popoli hanno un approccio alla loro religione apparentemente più gaio e felice di quella a cui io sono abituato. La guida mi spiega inoltre che il 60% dei giapponesi è scintoista mentre un altro 60% è buddista; infatti, una religione non esclude l’altra, e ognuna di loro soddisfa un’esigenza particolare. Penso che non sarei in grado, in ogni caso, di tifare per la Roma e per un’altra squadra contemporaneamente, e mi rincuoro affidandomi al mio sano monoteismo. 
Asakusa è anche lo storico quartiere dei teatri di Tokyo, tutti i maggiori attori e registi giapponesi hanno mosso lì i primi passi; pare che gli attori, a inizio carriera, siano costretti a cimentarsi con il teatro erotico, forma d’arte molto apprezzata; rimango sorpreso, immagino sia qualcosa tipo le nostre commedie anni ’70 con Renzo Montagnani. Mi mostra la strada con le impronte delle mani di famosi attori e cineasti giapponesi, e stavolta è lui a rimanere sbalordito davanti alla mia conoscenza di Takeshi Kitano (“Zatoichi, Hana-bi), Toshiro Mifune e addirittura Akira Kurosawa (“the seven samurai”).
Anche ad Asakusa, faccio la mia porca figura.Il tipo si congeda dopo un’ora di giro, è l’imbrunire; io gli faccio dono di una cioccolata acquistata all’aeroporto alla partenza ~ avevo letto che è cosa apprezzata fare un dono ai giapponesi che si mostrano particolarmente cortesi con lo straniero ~ e lui ci consiglia un ristorante dietro l’angolo dove presentarci a suo nome ~ in Giappone la raccomandazione, o presentazione, è di vitale importanza.
E’ uno di quei posti che da solo non sarei mai stato in grado di trovare;
prendiamo l’ascensore direttamente dalla strada, e al sesto piano una donna ci riceve con un profondo inchino e ci invita a togliere la scarpe mentre siamo ancora nell’ascensore. Il ristorante è di grande atmosfera, colori tenui e bambù dappertutto; Angeli ha carta bianca per le ordinazioni, e alla fine esce fuori una discreta cena ~ sono le 6 del pomeriggio, ma il pranzo è stato già digerito da tempo. Soprattutto il tonno con l’avocado non è per niente male.
Il dolce invece è proprio strano, ci sono dentro i fagioli rossi e una strana gelatina a cubetti.Dove si va per digerire, il sabato sera a Tokyo? Sulle montagne russe, nella Tokyo Dome City, vicino allo stadio di baseball al coperto. Il parco dei divertimenti è piccolino, ma è tutto un trionfo di luci colorate,
e le montagne russe, viste da sotto, sono veramente impressionanti; addirittura passano attraverso un buco in un palazzo di fronte. Il rituale prima della partenza dell’inquietante trenino mi ricorda un po’ quello dei kamikaze prima dell’ultimo volo, visto in molti film di guerra; tutti alzano il pugno in aria urlando grida di battaglia, così almeno li percepisco. Evidentemente è un modo per esorcizzare il terrore, lo stesso che mi attanaglia le viscere appena il trenino parte, ed in pochi secondi mi porta ad un’altezza ragguardevole. Appena mi sento precipitare verso l’orrido, chiudo gli occhi, ed urlo ininterrottamente per tutta la durata del tragitto. Li riapro solo all’arrivo, scopro di aver fatto un paio di giri a testa in giù, e vedo Angeli al mio fianco tutta sghignazzante. Non credo di aver fatto colpo su di lei nemmeno in questa occasione.Evidentemente appaio molto provato, e Angeli mi suggerisce di andarsi a rilassare all’Onsen, le terme che si trovano nel palazzo di fronte. Sicuramente un luogo dove mi sentirò molto più a mio agio.

Immagino già i commenti e gli interrogativi di qualcuno di voi, su un italiano che vaga per uno stabilimento termale giapponese; senza falsa modestia, già anni prima mi resi famoso in una sauna scandinava come “il campanaccio di Helsinki”, e anche a Tokyo ho avuto modo di confermare la mia fama ed aggiornare il mio soprannome, facendo bella figura presso i nipponici ~ e voi direte: ce vole poco. Va be’, peccato, appunto, che gli ambienti fossero separati, ma tant’è.
Con Angeli, ci incontriamo ormai vestiti presso la terrazza dell’edificio. Terme e rollercoaster ci hanno nuovamente messo fame: concludiamo la serata mangiando il ramen nel posto che vi ho descritto alcune puntate fa.
Rientriamo a Shin-Sayama; il giorno dopo è domenica, ed il lunedì seguente è un festivo, ragion per cui, domani sera, si faranno le ore piccole in una discoteca di Shibuya.
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mercoledì 17 febbraio 2010
Memorie dal Giappone - 3
buongiorno a tutti, dopo aver letto queste poche righe dementi vi invito a leggere il post immediatamente seguente, che tratta argomenti ben più seri e gravi delle mie semiserie disavventure,
grazie e buona lettura,
Stefano
- Mongolia???
- Mongolia.
Così risponde Angeli quando le chiedo dove sia nata e dove vive la sua famiglia.
- Si, però Inner Mongolia
- Ah, beh, allora…
Mi spiega che la Inner Mongolia, o Mongolia Esterna, è una regione ~ assai estesa ~ che culturalmente e linguisticamente appartiene alla Mongolia, ma politicamente alla Cina. La Mongolia… una terra mitica, nelle mie fantasie da viaggiatore. Spazi sconfinati, Gengis Khan ed il suo impero, cielo azzurro e terso, praterie verdi smeraldo su cui galoppano cavalli selvaggi… e poi mi vengono in mente i CSI, il Consorzio Suonatori Indipendenti che alla fine degli anni ’90 decise di andarsene proprio in Mongolia in cerca di ispirazione; e il buon ~allora, ora è completamente andato ~ Giovanni Lindo Ferretti ed il fido Zamboni se ne tornarono dopo un po’ con “Tabula Rasa Elettrificata” e un po’ di loro foto e filmati mentre galoppavano liberi e bucolici nelle steppe asiatiche.
Sono piuttosto sorpreso. Mi trovo in Giappone da poche ore, a Shin-sayama, 45 km da Tokyo, a casa di una ragazza mongola di nazionalità cinese che vive e lavora in Giappone da sei anni ~ e di cui ha preso pure la cittadinanza, sostiene ~ conosciuta in Malesia sul monte Kinabalu a quota 3.300 metri. Non ero pronto a tutto ciò; sono colto da imbarazzo e sbigottimento. Sento che devo dire qualcosa per rompere il ghiaccio.
- Ma in Mongolia ci sono tanti cavalli?
Mi guarda tra lo stupito e il divertito. Forse era meglio tacere.
- No, andiamo tutti in macchina.
Era meglio tacere.
Mi spiega anche le origini del suo nome. Quello originale è Angir, si pronuncia Engher, e si trascrive chissà come in alfabeto cirillico. Per i cinesi è però impronunciabile, e glielo traducono in Angeli, che lei pronuncia più o meno in inglese ~ fu così che mi si presentò, mesi addietro, al rifugio di Laban Rata, sempre su quel monte infido. Arrivata in Giappone, si ritrova a ricambiare nome, perché scopro che se i cinesi hanno problemi con le erre, i giapponesi li hanno con le elle, e diventa Engheru, pronunciato in questo modo e trascritto in hiragana - uno degli alfabeti giapponesi.
- E il cognome?
Non ne ha, ha solo il nome, sostiene. Mi sto convincendo sempre di più di essere atterrato su un altro pianeta.
Il mattino dopo, torniamo a Shinjuku con il treno, 45 minuti di viaggio. Lei va al lavoro, io inizio ad esplorare cautamente la città. Penso bene di iniziare ad osservarla dall’alto e capacitarmi così delle sue reali dimensioni, e perciò punto verso il municipio di Tokyo, grattacielo dall’architettura ardita progettato da Kenzo Tange, e salgo al punto panoramico al 45° piano.

Tokyo è sterminata, da una parte il mare, dall’altra le montagne, e sullo sfondo il cono sinistro e affascinante del monte Fuji. Vista dall’alto, un formicaio. E’ attraversata da autostrade e linee ferroviarie e metropolitane sopraelevate, da parte a parte. Vedo inoltre che Shinjuku non è il solo quartiere dove sono presenti grattacieli, ma altre zone della città presentano uno skyline che nulla ha da invidiare a New York.
Nel municipio trovo anche l’ufficio del turismo di Tokyo, dove spero di trovare alcune informazioni utili, prima di tutto un orario dei treni scritto in una lingua comprensibile. Alcuni dipendenti parlano inglese, ma la maggior parte dei dépliant sono per turisti giapponesi. Da un lato vendono anche alcuni strani cibi, dall’aspetto esotico. Mi incuriosisce una specie di medaglione da cui esce uno stecco di legno come fosse un gelato; i tizi dietro il bancone mi notano, confabulano tra loro, e poi un loro portavoce mi comunica in tono entusiasta: “Fish. Fish, fish, eh eh!”. Sghignazzano soddisfatti per la proficua comunicazione, io faccio capire di aver capito, e mi azzardo a provare quello strano lecca lecca al pesce. Come snack da metà mattinata, si rivela pure buono.
Torno alla stazione di Shinjuku, mi riperdo nei suoi sotterranei, e mi accorgo che oltre alle innumerevoli linee ferroviarie e metropolitane, a quell’ora anche le attività commerciali fervono. Un gruppo di segretarie in pausa pranzo fa la fila davanti ad un chiosco che vende strane palle fumanti, messe tutte carine in fila in una confezione di carta.
Il tizio che le vende non ha le capacità linguistiche di quelli di prima, io indico le palle che vorrei assaggiare, lui mi risponde qualcosa e me le dispone ordinate, poi mi indica uno strano condimento, dall’aspetto si direbbero trucioli di legno rosa. Non so cosa sia, perciò gli dico di si. Sopra le palle calde calde, i trucioli si muovono così tanto che mi viene il sospetto che si tratti di qualcosa ancora in vita, ma in realtà era l’effetto del calore. I trucioli sanno di pesce ~ scoprirò poi in tv che si tratta di un condimento molto diffuso, in pratica filetti di pesce affumicato e seccato, e poi ridotti in trucioli da una specie di pialla ~ e da dentro le palle fa capolino un tentacolo di polpo. Buoni, tutto sommato, e anche economici, 500 yen.

Dedico il primo pomeriggio alla Tokyo Tower, che è quella specie di torre Eiffel arancione che si vede sempre nei cartoni animati, è la prima cosa che viene buttata giù dai mostri alieni nemici di Goldrake o Jeeg Robot quando decidono di mettere Tokyo a ferro e fuoco, e miracolosamente riappare in piedi nella puntata seguente.

Poi a piedi verso Ginza, il quartiere ”in” di Tokyo, con tutte le boutique delle migliori griffe del mondo, tra cui l’immancabile italico duo di stilisti gay.
Visita obbligatoria al Sony Building, dove la casa giapponese espone tutte le sue novità, tra cui la fotocamera che non scatta finché tutti non sorridono e quella che ti insegue per averti sempre al centro dell’obiettivo.
La passeggiata mi serve per rendermi conto della particolare architettura di Tokyo; è una vera e propria città del futuro che si estende ormai in altezza, su più livelli; alzando lo sguardo, vedo un treno uscire da un palazzo ed entrare in quello di fronte passando su un ponte sospeso ad una quindicina di metri sopra la mia testa. La difficoltà nell’orientarsi, oltre al fatto che in tale caos non esistono gli indirizzi come li conosciamo noi, è dovuta al fatto che le attività commerciali, che noi siamo abituati a trovare al livello della strada, sono a Tokyo estese in altezza; puoi prendere un ascensore a piano terra e trovare un ristorante al quinto piano, un negozio di abbigliamento al sesto e le terme al settimo; tali attività sono indicate all’esterno da innumerevoli scritte luminose e coloratissime, ma comunque per me incomprensibili. Tutto ciò contribuisce ad aumentare la sensazione di stordimento che mi pervade fin dal mio arrivo. E qui, per farvi capire quanto lo smarrimento che si può provare in Giappone non ti abbandoni in nessuna situazione, apro e chiudo una parentesi, che riguarda le toilette giapponesi. 
La prima sorpresa l’ho avuta a casa di Angeli: accendo la luce della toilette – separata dal resto del bagno - e la tavoletta si alza da sola; il suono del motore elettrico mi fa escludere l’ipotesi soprannaturale, e lo strano monitor con lucette e pulsanti che vedo alla parete mi dà la conferma che in effetti la tavoletta del water giapponese è un elettrodomestico computerizzato a tutti gli effetti. La seconda sorpresa ce l’ho sedendomi sopra: un piacevole tepore mi scalda le terga. La terza ce l’ho quando cerco inutilmente uno sciacquone, o al limite una catena, così come sono abituato a trovarne dalle mie parti; non ne trovo. Inizio così a premere a casaccio sulla pulsantiera, finché ad un certo punto l’acqua inizia a scrosciare.Per finire, trovare il tasto che riabbassa la tavoletta ~ le prime volte lo spingo manualmente rischiando di sfasciare il motore elettrico, dopo qualche giorno capisco che si abbassa premendo un altro pulsante. Altre sorprese seguiranno: ad esempio, altri pulsanti azionano piacevoli getti d’acqua, diretti lì dove non batte il sole (levante, in questo caso). E nei megastore di elettronica, insieme a computer ed aspirapolveri, ci sono le tavolette della toilette. Addirittura della Toshiba. Chiusa parentesi, ma in ogni caso vi assicuro che la prima esperienza con il bagno giapponese non si dimenticherà facilmente.
Così confuso, decido che per cena voglio andare sul sicuro, e punto sul sushi bar della sera prima, dove riesco a saziarmi spendendo pochi yen e soprattutto senza dire nemmeno una parola, che comunque non capirebbero. Per oggi me la sono cavata da solo, ma domani è sabato, e Angeli mi farà da guida per la città. Torno a casa con la Seibu-Shinjuku line, non senza aver prima sbagliato treno ~ prendo un locale, impiego un’ora e mezza, fermandomi in tutte le stazioni ~ e poi l’uscita della stazione al mio arrivo; vago per un po’ per Shin-Sayama ormai immersa nelle tenebre, penso che sia inutile chiedere informazioni a qualcuno perché non saprei in che lingua farlo,
e comunque non avendo indirizzi né riferimenti non saprei nemmeno cosa chiedere; ma alla fine, tra le tante palazzine tutte uguali lungo la ferrovia, riconosco quella che mi ospita. Angeli lavora a Tokyo fino a tardi e sono solo nella sua gelida abitazione, ma poco dopo il mio arrivo a casa suona il citofono, e sulla porta appare un buffo personaggio, suo collega, la cui presenza mi accompagnerà fino al termine della vacanza: l’imperscrutabile Hideto.
grazie e buona lettura,
Stefano
- Mongolia???
- Mongolia.
Così risponde Angeli quando le chiedo dove sia nata e dove vive la sua famiglia.
- Si, però Inner Mongolia
- Ah, beh, allora…
Mi spiega che la Inner Mongolia, o Mongolia Esterna, è una regione ~ assai estesa ~ che culturalmente e linguisticamente appartiene alla Mongolia, ma politicamente alla Cina. La Mongolia… una terra mitica, nelle mie fantasie da viaggiatore. Spazi sconfinati, Gengis Khan ed il suo impero, cielo azzurro e terso, praterie verdi smeraldo su cui galoppano cavalli selvaggi… e poi mi vengono in mente i CSI, il Consorzio Suonatori Indipendenti che alla fine degli anni ’90 decise di andarsene proprio in Mongolia in cerca di ispirazione; e il buon ~allora, ora è completamente andato ~ Giovanni Lindo Ferretti ed il fido Zamboni se ne tornarono dopo un po’ con “Tabula Rasa Elettrificata” e un po’ di loro foto e filmati mentre galoppavano liberi e bucolici nelle steppe asiatiche.

Sono piuttosto sorpreso. Mi trovo in Giappone da poche ore, a Shin-sayama, 45 km da Tokyo, a casa di una ragazza mongola di nazionalità cinese che vive e lavora in Giappone da sei anni ~ e di cui ha preso pure la cittadinanza, sostiene ~ conosciuta in Malesia sul monte Kinabalu a quota 3.300 metri. Non ero pronto a tutto ciò; sono colto da imbarazzo e sbigottimento. Sento che devo dire qualcosa per rompere il ghiaccio.
- Ma in Mongolia ci sono tanti cavalli?
Mi guarda tra lo stupito e il divertito. Forse era meglio tacere.
- No, andiamo tutti in macchina.
Era meglio tacere.
Mi spiega anche le origini del suo nome. Quello originale è Angir, si pronuncia Engher, e si trascrive chissà come in alfabeto cirillico. Per i cinesi è però impronunciabile, e glielo traducono in Angeli, che lei pronuncia più o meno in inglese ~ fu così che mi si presentò, mesi addietro, al rifugio di Laban Rata, sempre su quel monte infido. Arrivata in Giappone, si ritrova a ricambiare nome, perché scopro che se i cinesi hanno problemi con le erre, i giapponesi li hanno con le elle, e diventa Engheru, pronunciato in questo modo e trascritto in hiragana - uno degli alfabeti giapponesi.
- E il cognome?
Non ne ha, ha solo il nome, sostiene. Mi sto convincendo sempre di più di essere atterrato su un altro pianeta.
Il mattino dopo, torniamo a Shinjuku con il treno, 45 minuti di viaggio. Lei va al lavoro, io inizio ad esplorare cautamente la città. Penso bene di iniziare ad osservarla dall’alto e capacitarmi così delle sue reali dimensioni, e perciò punto verso il municipio di Tokyo, grattacielo dall’architettura ardita progettato da Kenzo Tange, e salgo al punto panoramico al 45° piano.

Tokyo è sterminata, da una parte il mare, dall’altra le montagne, e sullo sfondo il cono sinistro e affascinante del monte Fuji. Vista dall’alto, un formicaio. E’ attraversata da autostrade e linee ferroviarie e metropolitane sopraelevate, da parte a parte. Vedo inoltre che Shinjuku non è il solo quartiere dove sono presenti grattacieli, ma altre zone della città presentano uno skyline che nulla ha da invidiare a New York.

Nel municipio trovo anche l’ufficio del turismo di Tokyo, dove spero di trovare alcune informazioni utili, prima di tutto un orario dei treni scritto in una lingua comprensibile. Alcuni dipendenti parlano inglese, ma la maggior parte dei dépliant sono per turisti giapponesi. Da un lato vendono anche alcuni strani cibi, dall’aspetto esotico. Mi incuriosisce una specie di medaglione da cui esce uno stecco di legno come fosse un gelato; i tizi dietro il bancone mi notano, confabulano tra loro, e poi un loro portavoce mi comunica in tono entusiasta: “Fish. Fish, fish, eh eh!”. Sghignazzano soddisfatti per la proficua comunicazione, io faccio capire di aver capito, e mi azzardo a provare quello strano lecca lecca al pesce. Come snack da metà mattinata, si rivela pure buono.
Torno alla stazione di Shinjuku, mi riperdo nei suoi sotterranei, e mi accorgo che oltre alle innumerevoli linee ferroviarie e metropolitane, a quell’ora anche le attività commerciali fervono. Un gruppo di segretarie in pausa pranzo fa la fila davanti ad un chiosco che vende strane palle fumanti, messe tutte carine in fila in una confezione di carta.

Il tizio che le vende non ha le capacità linguistiche di quelli di prima, io indico le palle che vorrei assaggiare, lui mi risponde qualcosa e me le dispone ordinate, poi mi indica uno strano condimento, dall’aspetto si direbbero trucioli di legno rosa. Non so cosa sia, perciò gli dico di si. Sopra le palle calde calde, i trucioli si muovono così tanto che mi viene il sospetto che si tratti di qualcosa ancora in vita, ma in realtà era l’effetto del calore. I trucioli sanno di pesce ~ scoprirò poi in tv che si tratta di un condimento molto diffuso, in pratica filetti di pesce affumicato e seccato, e poi ridotti in trucioli da una specie di pialla ~ e da dentro le palle fa capolino un tentacolo di polpo. Buoni, tutto sommato, e anche economici, 500 yen.

Dedico il primo pomeriggio alla Tokyo Tower, che è quella specie di torre Eiffel arancione che si vede sempre nei cartoni animati, è la prima cosa che viene buttata giù dai mostri alieni nemici di Goldrake o Jeeg Robot quando decidono di mettere Tokyo a ferro e fuoco, e miracolosamente riappare in piedi nella puntata seguente.

Poi a piedi verso Ginza, il quartiere ”in” di Tokyo, con tutte le boutique delle migliori griffe del mondo, tra cui l’immancabile italico duo di stilisti gay.
Visita obbligatoria al Sony Building, dove la casa giapponese espone tutte le sue novità, tra cui la fotocamera che non scatta finché tutti non sorridono e quella che ti insegue per averti sempre al centro dell’obiettivo.
La passeggiata mi serve per rendermi conto della particolare architettura di Tokyo; è una vera e propria città del futuro che si estende ormai in altezza, su più livelli; alzando lo sguardo, vedo un treno uscire da un palazzo ed entrare in quello di fronte passando su un ponte sospeso ad una quindicina di metri sopra la mia testa. La difficoltà nell’orientarsi, oltre al fatto che in tale caos non esistono gli indirizzi come li conosciamo noi, è dovuta al fatto che le attività commerciali, che noi siamo abituati a trovare al livello della strada, sono a Tokyo estese in altezza; puoi prendere un ascensore a piano terra e trovare un ristorante al quinto piano, un negozio di abbigliamento al sesto e le terme al settimo; tali attività sono indicate all’esterno da innumerevoli scritte luminose e coloratissime, ma comunque per me incomprensibili. Tutto ciò contribuisce ad aumentare la sensazione di stordimento che mi pervade fin dal mio arrivo. E qui, per farvi capire quanto lo smarrimento che si può provare in Giappone non ti abbandoni in nessuna situazione, apro e chiudo una parentesi, che riguarda le toilette giapponesi. 
La prima sorpresa l’ho avuta a casa di Angeli: accendo la luce della toilette – separata dal resto del bagno - e la tavoletta si alza da sola; il suono del motore elettrico mi fa escludere l’ipotesi soprannaturale, e lo strano monitor con lucette e pulsanti che vedo alla parete mi dà la conferma che in effetti la tavoletta del water giapponese è un elettrodomestico computerizzato a tutti gli effetti. La seconda sorpresa ce l’ho sedendomi sopra: un piacevole tepore mi scalda le terga. La terza ce l’ho quando cerco inutilmente uno sciacquone, o al limite una catena, così come sono abituato a trovarne dalle mie parti; non ne trovo. Inizio così a premere a casaccio sulla pulsantiera, finché ad un certo punto l’acqua inizia a scrosciare.Per finire, trovare il tasto che riabbassa la tavoletta ~ le prime volte lo spingo manualmente rischiando di sfasciare il motore elettrico, dopo qualche giorno capisco che si abbassa premendo un altro pulsante. Altre sorprese seguiranno: ad esempio, altri pulsanti azionano piacevoli getti d’acqua, diretti lì dove non batte il sole (levante, in questo caso). E nei megastore di elettronica, insieme a computer ed aspirapolveri, ci sono le tavolette della toilette. Addirittura della Toshiba. Chiusa parentesi, ma in ogni caso vi assicuro che la prima esperienza con il bagno giapponese non si dimenticherà facilmente.
Così confuso, decido che per cena voglio andare sul sicuro, e punto sul sushi bar della sera prima, dove riesco a saziarmi spendendo pochi yen e soprattutto senza dire nemmeno una parola, che comunque non capirebbero. Per oggi me la sono cavata da solo, ma domani è sabato, e Angeli mi farà da guida per la città. Torno a casa con la Seibu-Shinjuku line, non senza aver prima sbagliato treno ~ prendo un locale, impiego un’ora e mezza, fermandomi in tutte le stazioni ~ e poi l’uscita della stazione al mio arrivo; vago per un po’ per Shin-Sayama ormai immersa nelle tenebre, penso che sia inutile chiedere informazioni a qualcuno perché non saprei in che lingua farlo,
e comunque non avendo indirizzi né riferimenti non saprei nemmeno cosa chiedere; ma alla fine, tra le tante palazzine tutte uguali lungo la ferrovia, riconosco quella che mi ospita. Angeli lavora a Tokyo fino a tardi e sono solo nella sua gelida abitazione, ma poco dopo il mio arrivo a casa suona il citofono, e sulla porta appare un buffo personaggio, suo collega, la cui presenza mi accompagnerà fino al termine della vacanza: l’imperscrutabile Hideto.
martedì 16 febbraio 2010
Un altro sgombero: quanto civile può essere considerata l'Italia
Inoltro una lettera che mi è appena pervenuta. Come sempre, non vedo il bisogno di ulteriori commenti.
Lettera di Bianca (mamma scuola Feltre): bianca.zirulia@fastwebnet.it
Cari amici,
martedì mattina pare proprio che avverrà lo sgombero dell’'insediamento rom presso il laghetto di Redecesio.
Nemmeno l'’appello di don Roberto Davanzo, direttore della Caritas Ambrosiana, a fermare gli sgomberi almeno durante l’inverno sembra venire ascoltato.
Si tratta di un campo di circa 30 famiglie, tutte famiglie con bambini (circa trenta), rifugiatesi lì a seguito dello sgombero di Novembre di via Rubattino.
Dieci di questi bambini da due anni frequentano con grande motivazione e, a questo punto devo dire con inimmaginabile tenacia, le scuole di Lambrate (scuola di via Pini, di via Feltre e di via Cima).
Non entro neanche nel merito della illegalità dell'’insediamento che è evidentemente abusivo. Infatti credo conoscerete la situazione di estrema povertà delle famiglie rom rumene al centro di una vera e propria persecuzione negli ultimi mesi a Milano (Ricorderete l’accorato appello, a S.Ambrogio, del cardinale Tettamanzi agli amministratori cittadini).
Questo inutile ennesimo sgombero ai danni di queste famiglie povere e disperate cosa provocherà?
Si verificherà davanti ai vostri occhi quello che è successo a Lambrate nei giorni successivi al 19 novembre.
Gente affamata e infreddolita che si è aggirata per giorni con carrelli della spesa e bimbi per mano, chiedendo ospitalità nelle chiese e che ha dormito per strada infagottando i bimbi piccoli nelle coperte.
Uno spettacolo inimmaginabile in un paese civile, che ha scosso le coscienze di molti cittadini, purtroppo più di quelle degli amministratori.
Vi chiediamo di avvisare e possibilmente di mobilitare i vostri volontari per essere presenti e dare assistenza lunedì mattina al campo (ingresso da viale Umbria).
Le maestre si stanno organizzato per portare comunque i bambini a scuola e non far vivere loro l’ennesima violenza.
Il nostro obiettivo, come genitori ed insegnanti delle scuole di Lambrate, insieme a S.Egidio, Padri Somaschi e Naga è di salvare tutto il possibile delle trame intessute dell’integrazione di queste persone e, punto fondamentale, di ottenere le condizioni perché questi bambini possano continuare a venire a scuola.
La loro scolarizzazione è l’'unica speranza per un loro miglior futuro ma anche per il nostro insieme a loro.
Un saluto
Bianca (mamma scuola Feltre)
domenica 14 febbraio 2010
La danza africana: educazione interculturale

Questo pomeriggio abbiamo organizzato attività di trucca bimbi alla fattorietta, una vera e proprio fattoria nel cuore di Roma. Abbiamo fatto la conoscenza di Clovis che insegna danza africana ai bambini (e non solo!).
Con la musica camerunese in sottofondo, ci ha spiegato come la danza africana è il modo per veicolare le proprie emozioni, per comunicare ma anche per vincere le proprie paure.
Coinvolgendo i bambini con la danza africana, gli si insegna la pazienza, la concentrazione e il coraggio!
Su questo sito troverete tutte le attività condotte da Clovis presso le scuole : http://www.scuolamondo.org/
E per citarlo, finirò questo articolo con una sua frase:
“Mio nonno mi diceva sempre: dai frutti si giudica se l'albero è buono o no”.
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